Plusdotazione negli adulti: esperienze e consigli pratici

Plusdotazione adulti

Capita che la plusdotazione venga associata all’infanzia, ma la realtà è che molte persone arrivano a scoprirla solo in età adulta e la plusdotazione negli adulti è ancora meno conosciuta. Questo percorso può essere tanto liberatorio quanto complesso, perché significa rileggere la propria storia personale con occhi nuovi.

In questa intervista ho parlato con Andrea, un giovane adulto che ha scoperto la sua plusdotazione solo dopo una valutazione psicodiagnostica iniziata con un dubbio di ADHD. 

Andrea ci racconta il suo vissuto: l’esperienza dei test, le emozioni, la reazione di familiari e amici, le difficoltà incontrate e i consigli per chi è ancora incerto se intraprendere questo passo.

Andrea, dopo aver ascoltato le precedenti puntate di Neuronauti: viaggio nella plusdotazione, ha deciso di farsi intervistare e di raccontarci la sua storia.

La restante parte di intervista la trovi nel podcast.

La valutazione psicologica come punto di svolta

Valeria: “Andrea, la domanda un po’ banale ma fondamentale è: come è andata, nella pratica, la valutazione?”

Andrea: “La ricordo come un momento di estrema felicità. Quel giorno sono arrivato in studio senza particolari aspettative, ho iniziato i test del WAIS prendendoli come un gioco. Si è partiti con i cubi e fin da subito è stato chiaro che il mio modo di funzionare aveva una certa particolarità. La vera soddisfazione è stata scoprire come funziono io.

Ad esempio, più il compito diventava difficile, migliori erano i miei risultati. Invece, con i compiti semplici, rendevo di meno. Nella parte visuo-percettiva, in particolare, i punteggi sono stati molto alti. Alla fine di quella prima sessione, la psicologa mi disse: “Guarda, non ti ho detto nulla prima, devo ancora analizzare i dati, ma da quello che vedo non si tratta di ADHD, bensì di plusdotazione cognitiva”. Quel momento è stato fortissimo: quando ho compreso cosa significava, mi sono commosso.

Io mi sono sempre sentito strano, un po’ come un pesce fuor d’acqua. Ricevere la conferma di questa stranezza è stata una grande soddisfazione, perché finalmente aveva un senso.”

Condividere la diagnosi con familiari e amici

Valeria: “Come hanno vissuto la valutazione le persone vicino a te, familiari e amici?”

Andrea: “Ne ho parlato subito con i miei familiari e con gli amici più vicini. Per me è importante diffondere questa consapevolezza, perché può avere un risvolto positivo e aiutare a comprendere meglio il proprio funzionamento.

La maggior parte delle persone a me vicine ha capito e confermato quello che già intuiva: i miei modi di funzionare erano noti, ma era una percezione più loro che mia. Con gli amici più stretti, molti dei quali a loro volta plusdotati o con tratti simili, c’è stata una sorta di riconoscimento reciproco: un po’ come le zebre che si riconoscono tra loro.

Con persone più esterne, invece, sono più riservato. Ho il timore che possano fraintendere e interpretare la cosa come superbia. Oppure che la svalutino con frasi del tipo: Non può essere, perché non sei bravo in tutto. C’è ancora poca conoscenza sulla plusdotazione negli adulti e questo può generare pregiudizi.”

Emozioni dopo la valutazione di plusdotazione negli adulti

Valeria: “Dopo la valutazione, hai vissuto delle difficoltà a livello emotivo?”

Andrea: “Per me è stata un’esplosione di emozioni positive. Ricordo il primo mese come un periodo in cui ogni giorno mi svegliavo felice: avevo trovato il mio posto, la mia centratura. Finalmente potevo rileggere tanti momenti del passato con una chiave diversa. 

L’unico dubbio che mi è venuto all’inizio è stato: e se i test fossero sbagliati? Perché dopo 38 anni passati a sentirmi a volte stupido, non era facile cambiare prospettiva.” 

Valeria: “Certo, devi integrare due immagini di te stesso: quella rimandata dal mondo, fatta anche di inciampi nelle cose più banali, e quella emersa dalla valutazione, che ti mostra un profilo molto diverso.”

Andrea: “In più, crescendo negli anni ’80 e ’90, nessuno ti parlava di plusdotazione o di DSA. Ero disgrafico, ma non diagnosticato: veniva letto come svogliatezza o avere la testa tra le nuvole. Questo lascia segni che poi, da adulto, è difficile rielaborare.”

Plusdotazione e vita quotidiana: sensibilità sensoriale

Valeria: “Nell’intervista podcast accennavi anche al tema della sensibilità agli stimoli sensoriali come i rumori. Vuoi raccontarci qualcosa di più?”

Andrea: “Sì, per esempio, il rumore negli open space o nei locali affollati può diventare insostenibile per me.”

Valeria: “Oggi ci sono strumenti come cuffie che attenuano i suoni: possono aiutare a rendere l’ambiente più vivibile.”

Andrea: “Inoltre come genitore, riconoscendo nei miei figli caratteristiche simili, posso trasmettere loro strategie utili, come concedersi momenti di decompressione. Io stesso a volte suggerisco ai miei figli di sdraiarsi, chiudere gli occhi, concentrarsi sul respiro: all’inizio sembra complicato, ma poi li aiuta a calmare i pensieri.

Quindi, la valutazione di plusdotazione non è stata utile solo per me: mi ha permesso di comprendermi meglio, ma anche di relazionarmi in modo più consapevole con gli altri, familiari e amici. Se io sto meglio con me stesso, sto meglio anche con chi mi circonda.”

Sensibilità sensoriale

Consigli per chi non si è ancora fatto valutare

Valeria: “Se dovessi dare un consiglio a chi ha dei dubbi sul proprio funzionamento, cosa diresti?”

Andrea: “Direi di non avere paura di farsi valutare. Rivolgersi a un professionista è un atto di cura verso se stessi. Non c’è nulla da perdere, ma tantissimo da guadagnare: una valutazione ti può dare la chiave di lettura della tua vita.”

Valeria: “Capisco che da adulti possa spaventare perché fare i test richiama alla mente le verifiche scolastiche, i voti, il timore di essere giudicati. Ma non si tratta di una performance: è uno strumento per capire meglio se stessi.”

Andrea: “Un altro consiglio è scegliere bene il professionista. Serve qualcuno di accogliente ed empatico: fare una valutazione da adulti significa portare con sé un bagaglio enorme di emozioni e paure, e bisogna sentirsi al sicuro. Una sola volta basta, quindi che sia un’esperienza vissuta con serenità.”

Conclusione sulla plusdotazione negli adulti

Il racconto di Andrea ci mostra quanto una valutazione di plusdotazione negli adulti possa rappresentare un momento di svolta, non solo per chi la vive in prima persona, ma anche per le relazioni che lo circondano. 

Sapere di essere plusdotati non significa “avere un’etichetta”, ma piuttosto accedere a una chiave di lettura nuova che permette di riconoscere punti di forza e fragilità, dare senso a certe fatiche e ritrovare uno spazio di appartenenza.

Il suo messaggio più forte è forse questo: non avere paura di farsi valutare. Non è un giudizio, ma un’occasione per conoscersi meglio, per rileggere la propria storia e per vivere con maggiore consapevolezza la quotidianità.

La plusdotazione in età adulta porta con sé emozioni, dubbi e nuove scoperte: parlarne, come ha fatto Andrea, è un modo per costruire una cultura più ampia e inclusiva, capace di accogliere le diversità cognitive come una ricchezza per tutti.

Grazie Andrea per questa chiacchierata! 

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Gli articoli blog di approfondimento alle interviste sono: qui.

Per recuperare gli articoli di approfondimento alle interviste della prima stagione invece puoi leggere: Alice, Alicia, Chiara, Fulvia, Guido e Daniela, Fabio, Maria Silvia, Tingting, Alberto, Beatrice.

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