Quando si sente parlare di arteterapia, la prima immagine che arriva è spesso quella di un laboratorio creativo. Qualcosa di bello da fare con le mani, magari per stare meglio. Non è sbagliato del tutto, ma è una lettura che lascia fuori la parte più importante.
Ho chiesto a Ilenia Nava di raccontarmela come la vive nel suo lavoro. E quello che ne è uscito ha parlato molto con il modo in cui guardo certe fatiche che i bambini plusdotati portano con sé. Fatiche che spesso non stanno nel pensiero, ma nel fatto che quello che sentono dentro non riesce a uscire in un modo che il contesto riesce ad accogliere.
In questo articolo parto dal suo sguardo. Perché, come vedrai, ci dice qualcosa di preciso anche su cosa significa avere un funzionamento intenso in un mondo che spesso chiede di tradursi in tempi che non sono i propri.
Non è fare arte. È dare forma a quello che non passa subito dalle parole
La prima cosa che Ilenia tiene a chiarire è questa: nell’arteterapia non è in gioco il saper disegnare, né il produrre qualcosa di esteticamente riuscito. L’arteterapia è una disciplina a mediazione artistica, il che significa che i materiali, i gesti, il tempo, lo spazio sono lì per aprire un passaggio. Non per arrivare a un risultato.
Sembra una sfumatura, ma cambia tutto. Perché sposta l’attenzione dal prodotto al processo. A tutto quello che accade mentre una persona crea: come si avvicina ai materiali, cosa sceglie, cosa lascia stare, quanto spazio occupa, quando accelera, quando si ferma.
E questo serve per fare una cosa precisa: lasciare emergere quello che, in quel momento, non sta riuscendo a uscire in altri modi. Non perché non ci sia, ma perché non passa ancora dalle parole.
Non tutto quello che sentiamo è subito verbalizzabile. Ci sono vissuti che sono troppo intensi, troppo veloci o troppo intrecciati per essere tradotti in una frase. E lì la parola, da sola, può essere più piccola di quello che si sta provando dentro. L’arte, in questo senso, non sostituisce la parola. Le fa spazio prima che arrivi.
Vale la pena soffermarsi su come Ilenia descrive il setting in cui tutto questo accade: uno spazio protetto, fatto di ascolto e assenza di giudizio. «Io non dico alla persona cosa significa quello che ha fatto», spiega. «Si parte sempre dal significato che lei stessa dà al proprio lavoro, e da lì si costruisce insieme.»

Un funzionamento che corre veloce, e lo spazio per contenerlo
Nel funzionamento plusdotato c’è spesso qualcosa di molto preciso: un pensiero rapido, una profondità di elaborazione alta, emozioni che arrivano forti. Non come qualcosa che non va, ma come parte di come quel cervello lavora. A questo si aggiunge, non di rado, una certa distanza tra la velocità del pensiero e i tempi con cui le emozioni riescono a essere elaborate, quello che in letteratura viene chiamato sviluppo asincrono. Il pensiero corre avanti, le emozioni seguono tempi propri. E capita così che lo stesso bambino faccia un ragionamento sofisticato e poi crolli per qualcosa che agli occhi di un adulto sembra minimo. Non perché stia esagerando. Perché dentro ci sono due ritmi che ancora non vanno alla stessa velocità.
In molti ambienti, quello che viene chiesto implicitamente è di tradursi, di spiegarsi e rendere comprensibile ciò che si sente in tempi e forme che spesso non appartengono a quel modo di stare nel mondo.
L’arteterapia, raccontata da Ilenia, fa qualcosa di molto diverso. Non chiede di tradursi subito, e neppure stabilisce come si deve entrare nel lavoro. Accoglie le pause, le accelerazioni, i cambi di idea, i ritorni. Accoglie il fatto che qualcuno abbia bisogno di stare in silenzio, o di muoversi molto, o di ricominciare più volte.
Il linguaggio non verbale diventa centrale qui, perché permette di dare forma a qualcosa che a parole sarebbe riduttivo o ancora prematuro. E il fatto che non ci sia interpretazione imposta dall’esterno crea uno spazio in cui quello che si porta non viene corretto, ma ascoltato.
Per chi ha un funzionamento intenso, questo non è un dettaglio. È la possibilità di stare in un luogo che non chiede di adattarsi continuamente.
Uno spazio in cui l’errore non deve essere cancellato subito
C’è un aspetto specifico che, nel funzionamento plusdotato, fa spesso una differenza enorme, e che Ilenia tocca in modo molto preciso.
Spesso, in chi ha questo tipo di funzionamento, il rapporto con l’errore è stretto e faticoso. Una sbavatura, un tratto che non è venuto come si voleva, qualcosa che non corrisponde all’idea di partenza: basta poco per chiudersi, per voler ricominciare, o per non voler ricominciare affatto. Il perfezionismo non è un capriccio. È una risposta a un sistema interno che misura continuamente la distanza tra come le cose potrebbero essere e come sono.
Nel setting che Ilenia descrive, succede qualcosa di diverso. Il foglio, la creta, il materiale diventano uno spazio in cui ciò che non era previsto non deve essere immediatamente cancellato. Può essere guardato. Può essere integrato. A volte è proprio da lì che qualcosa si apre.
Ed è esattamente quello che è successo nel percorso che ha dato origine a “Plusdotazione: il bosco della mente”, la mostra con le opere di bambini tra i 7 e i 12 anni ospitata da Gli amici della Cultura negli spazi di La Bottega a Mariano, nata dal lavoro che io e Ilenia Nava abbiamo fatto con loro. A un certo punto del lavoro, ognuno di loro ha scarabocchiato deliberatamente il proprio foglio. Non per rovinarlo. Per imparare che l’errore non chiude il lavoro. Può diventare parte del lavoro. Può diventare il punto da cui si riparte.
Non è una promessa terapeutica, e non è un colpo di spugna sul perfezionismo. È un’esperienza concreta: la persona arriva a sentire, mentre lavora, che non deve riuscire nel modo giusto per poter restare in relazione con quello che sta facendo. E quando questo accade, anche solo in quella stanza, qualcosa si allarga. Diventa più sostenibile stare nel processo senza dover controllare il risultato. E, piano piano, questo si sposta anche in altri pezzi di vita.

Quando un’emozione cambia forma e si può guardare
Forse il passaggio che mi ha colpita di più, parlando con Ilenia, è questo.
Nell’arteterapia, quello che accade dentro a un certo punto diventa visibile anche fuori. E questo, quando succede, cambia qualcosa nel modo in cui una persona può riconoscere quello che sta vivendo.
Ilenia lo racconta con una scena molto concreta. Un bambino arriva con dentro una rabbia forte. All’inizio colora veloce, intenso, riempie tutto lo spazio, preme tanto, quasi non lascia respiro al foglio. Poi, mentre il lavoro continua, qualcosa si sposta. Il tratto si alleggerisce. Compaiono dei vuoti. Il gesto rallenta.
La cosa importante non è solo che il bambino si sia sfogato. È che quel cambiamento è lì, davanti ai suoi occhi. Non resta dentro, indistinto, addosso. Si può guardare.
E in quel momento si apre qualcosa che in pochi contesti si apre con questa facilità: il bambino può riconoscere che quell’emozione è uscita, ha preso una forma, e ora quella forma è diversa da prima. Non è più solo espressione. È anche consapevolezza.
Per un funzionamento che chiede sempre senso, che vuole capire, che ha bisogno di collegare le cose, questo passaggio ha un peso specifico. Perché non si appoggia a una rassicurazione esterna. Si appoggia a qualcosa che si è visto. E quello che si è visto, una volta visto, è difficile da disconoscere.
Perché questo dialoga con il modo in cui guardo la plusdotazione
Quando metto insieme questi pezzi, mi accorgo che l’arteterapia raccontata da Ilenia non è un tema laterale rispetto a quello di cui mi occupo. È vicinissima.
Nel mio lavoro, provo a togliere alla plusdotazione il peso di letture troppo strette: il bambino visto come quello bravo, quello strano, quello “troppo”, l’adulto che si è sentito fuori posto per anni senza capire perché. Letture che, anche quando partono da buone intenzioni, finiscono per ridurre la persona a una caratteristica, a un comportamento, a una difficoltà.
Nel lavoro di Ilenia riconosco un movimento molto vicino al mio modo di guardare la plusdotazione: offrire uno spazio in cui ciò che una persona sente possa prendere forma senza essere forzato dentro un’interpretazione esterna. Il significato non viene imposto, ma costruito a partire da chi crea. Ed è proprio lì, in quel passaggio, che qualcosa può iniziare a essere visto e riconosciuto.
Il punto quindi non è far funzionare meglio la persona per renderla più adatta al contesto. Il punto è leggerla meglio. Capire come pensa, come sente, dove ha bisogno di rallentare, dove ha bisogno di spazio.
E forse è qui che si vede il senso più profondo di tutto questo. Quando un bambino o una bambina ha un funzionamento intenso, nel pensiero, nelle emozioni, nella percezione del mondo, trovare un luogo in cui quella complessità può stare senza dover essere corretta o resa più gestibile non è un dettaglio.
È un modo diverso di poter essere capiti. E, a volte, di iniziare a capirsi.
Se quello che hai letto ti suona familiare, e stai cercando un punto di partenza per capire meglio il funzionamento di tuo figlio o tua figlia, puoi iniziare da qui.

Da arteterapeuta e mamma di un bambino gifted non posso che ringraziarvi per la condivisione di questo bellissimo articolo.
Elena
Grazie a te!