Intervista a Simona Trani, sul suo albo Illustrato “NeurodiverTente”

Nel mio lavoro incontro spesso famiglie che cercano parole per raccontare ai propri figli quello che stanno vivendo. Non per spiegare la plusdotazione in modo tecnico, ma per offrire qualcosa a cui aggrapparsi, una storia, un personaggio, un’immagine che dica: quello che senti ha una forma, qualcuno l’ha già raccontato.

Gli albi illustrati possono essere finestre preziose sul mondo interiore delle bambine e dei bambini. Ma quando cerchiamo quello specchio che riflette l’esperienza specifica del ragazzo o ragazza gifted, spesso ci troviamo davanti a uno scaffale semi-vuoto. Dove sono le storie che parlano di quella mente che salta di domanda in domanda, senza mai fermarsi alla prima risposta? Dove sono le immagini che catturano l’intensità travolgente di certe emozioni, che sembrano sempre troppo grandi per essere contenute? Dove sono le parole che danno forma a quel senso di diversità, a quella fatica di stare nei ritmi e nelle aspettative del contesto?

NeurodiverTente, scritto da Simona Trani con le illustrazioni di Miriana Bonfiglio, nasce esattamente da questa osservazione. Ho incontrato Simona per parlarne, e quello che mi ha raccontato mi ha aiutato a guardare con più chiarezza quello che un libro, nel momento giusto, può fare.

Quando manca il libro giusto

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che, fra tutti gli albi illustrati che esistono, quello sulla plusdotazione mancava ancora e che forse dovevi essere tu a scriverlo?

«Non c’è stato un momento preciso, quanto piuttosto una somma di incontri, letture e ascolti. La routine serale con mio figlio comprende sempre la lettura di un albo illustrato insieme, e spaziando tra gli argomenti mi sono accorta che esistevano libri che parlavano di autismo o di bullismo. Ho pensato che sarebbe stato bello offrirgli un albo in cui potesse rispecchiarsi e condividere uno spazio di riconoscimento con gli adulti intorno a lui.»

La rappresentazione conta. Trovare un protagonista in cui riconoscersi non è solo un piacere, è la possibilità di sentire che quel modo di stare nel mondo esiste, ha una forma, può essere condiviso. E che qualcuno ha trovato il modo di metterlo in una storia prima ancora che lo facessi tu.

La brevità come gesto di cura

Il libro è molto breve: ogni pagina lascia respiro, a volte interrompe una frase proprio mentre si va a quella successiva. Questa misura così controllata, in che modo aiuta il lettore?

«Una delle caratteristiche della plusdotazione è il pensiero arborescente: da un’idea nascono moltissimi collegamenti e da piccoli una delle fatiche maggiori è proprio quella di gestire questo flusso costante di pensieri. Sapendo questo, ho cercato di far concentrare l’arborescenza durante la lettura sul linguaggio dell’albo, fatto di parole, immagini e pause. La pausa la vedevo anche come un’occasione per completare il racconto con il proprio sguardo.»

Questa è una delle cose che trovo più precise in NeurodiverTente: la forma del libro risponde alla forma del funzionamento a cui parla. Non è un libro costruito e poi adattato, piuttosto nasce già tenendo conto di come certi pensieri si muovono. Lasciare margine, in questo senso, non è una rinuncia. È una scelta di rispetto verso chi legge.

disegno di una mamma che legge con suo figlio

Fidarsi di chi legge

Nell’albo il funzionamento del protagonista si racconta attraverso quello che fa, è il lettore, leggendo, a scoprirlo. Questa scelta di mostrare invece di spiegare, da cosa nasce?

«Perché credo che le storie funzionino meglio quando si fidano del lettore. Non volevo spiegare che cosa fosse la neurodivergenza o la plusdotazione, ma farne fare esperienza attraverso piccoli gesti quotidiani. Non era necessario fornire un’etichetta, quanto invece mostrare che è possibile vedere e vivere il mondo intorno a noi in modo diverso da quello della maggioranza.»

Nel mio lavoro provo a fare qualcosa di simile: non descrivere il funzionamento dall’esterno, ma aiutare chi ho davanti a riconoscerlo attraverso scene concrete, situazioni già vissute. Se una bambina o un bambino si riconosce nel protagonista, lo fa attraverso il gesto, non attraverso la definizione. Quel tipo di riconoscimento arriva da dentro, e per questo rimane.

Il momento in cui ci si sente soli

C’è una pagina in cui gli altri compagni non capiscono il protagonista, e lui si ritira tra i suoi mille interrogativi. Cosa pensavi, scrivendo quella pagina, sapendo che qualcuno l’avrebbe letta per la prima volta?

«Pensavo a tutte quelle volte in cui sentirsi diversi significa sentirsi soli. Mi sembrava importante non nascondere quel momento, perché molti bambini lo conoscono bene. Allo stesso tempo, volevo che quella solitudine non fosse l’ultima parola della storia. Essere compresi non significa smettere di essere sé stessi, ma non sentirsi più sbagliati.»

Questa frase mi riguarda da vicino. Nelle famiglie con cui lavoro, uno dei nodi più ricorrenti è proprio questo: il ragazzo o la ragazza che impara a rendersi meno visibile per non sentirsi fuori posto. Non si tratta di adattarsi, si tratta di trovare un contesto in cui non dover correggere continuamente quello che si è. NeurodiverTente prova a dirlo attraverso una storia, con una semplicità che non semplifica.

La soluzione ha la forma della mente

La nuova palla che il protagonista costruisce intrecciando rami e foglie ha esattamente la stessa forma della sua chioma. Cosa significa per te che la soluzione abbia preso esattamente quella forma?

«Mi piaceva l’idea che ciò che inizialmente sembrava strano diventasse una risorsa. La soluzione non arriva “nonostante” il suo modo di pensare, ma grazie ad esso. Quella palla racconta che le differenze non sono qualcosa da nascondere o correggere, ma possono diventare un terreno di nuovi incontri e nuove visioni.»

È un’immagine semplice e molto precisa. Mette insieme due cose che spesso, nel modo in cui si parla di alto potenziale, vengono tenute separate: il funzionamento, con tutta la sua intensità, la sua rapidità, a volte la sua fatica, e la risorsa che quel funzionamento porta. La palla non è nonostante la chioma. È la chioma.

figura di un bimbo che legge in modo immerviso

NeurodiverTente: una parola nuova

Il titolo unisce neurodivergente e divertente in una sola parola. Quando ti è venuto in mente, hai capito subito che era quello giusto?

«Sì, quasi subito. Mi piaceva l’idea di una parola nuova, capace di alleggerire senza banalizzare. NeurodiverTente invita a scoprire con curiosità e meraviglia, invece che con timore. In fondo, quello che volevo era proprio questo: catturare l’attenzione per far cambiare lo sguardo, partendo dalle parole.»

Cambiare lo sguardo partendo dalle parole. È quello che un albo illustrato può fare e quello che, nel mio lavoro, provo anch’io a fare ogni volta che aiuto una famiglia a trovare un linguaggio diverso per raccontare quello che vive. NeurodiverTente lo fa con leggerezza, senza perdere profondità. Ed è, forse, la cosa più difficile.

Ringrazio Simona per avermi raccontato come è nato NeurodiverTente e per la cura con cui ha pensato a questo libro che lascia il segno senza alzare la voce. Se vuoi leggere l’albo insieme a tuo figlio o tua figlia, o portarlo in classe, puoi trovarlo qui. 

NeurodiverTente ci ricorda che ogni bambina o bambino è un universo unico, con il suo modo di pensare, di sentire e di stare nel mondo. E che il nostro compito, come adulti, è quello di accogliere e valorizzare questa unicità, creando spazi di ascolto, di dialogo, di comprensione.

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