Plusdotazione in famiglia e nel mondo del lavoro

Scoprire la plusdotazione in famiglia e nel lavoro significa imparare a riconoscere le differenze come risorsa

Cosa succede quando la plusdotazione entra nella vita quotidiana, nei dialoghi di famiglia o nelle dinamiche del lavoro?
Essere una persona plusdotata, o genitore di un bambino gifted, significa spesso confrontarsi con nuovi linguaggi, emozioni intense e una sensibilità che richiede comprensione e ascolto.

Affrontiamo insieme due argomenti strettamente collegati tra loro. Il modo in cui la plusdotazione viene accolta e raccontata in famiglia e quanto il mondo del lavoro sia preparato ad accogliere le persone neurodivergenti.

Due contesti diversi, ma uniti dalla stessa domanda di fondo: come possiamo riconoscere e valorizzare la diversità senza paura o giudizio?

La scoperta della plusdotazione in famiglia

Nel sesto episodio del podcast Neuronauti incontriamo, Ilaria libera professionista e mamma di un bambino gifted. 

Attraverso la sua esperienza, esploriamo il percorso che porta a comprendere cosa significa crescere e convivere con una diversa modalità di funzionamento, e come questo cambi il modo di osservare se stessi e gli altri.

Quando si riceve una valutazione di plusdotazione, la prima domanda che molti genitori si pongono è come comunicarlo alla famiglia. 

Nel caso di Ilaria, la risposta è arrivata d’istinto. Uscita dallo studio dello psicologo, è andata subito a casa di sua madre con il referto in mano. 

Gliel’ho detto immediatamente” racconta, ”ma non c’è stata una vera reazione”. La sorpresa, invece, era arrivata tempo prima, quando la valutazione aveva riguardato suo figlio. Quella volta, in famiglia, le emozioni erano state più intense. 

Credo che avessero un’idea confusa della plusdotazione e per questo si erano spaventati” spiega Ilaria.

La decisione di far valutare il bambino era nata da un dubbio quotidiano: comprendere perché certi comportamenti sembrassero in contrasto con la sua maturità.

Non capivo la sua asincronia” ricorda: “A tre anni e mezzo ragionava come un bambino molto più grande, ma a livello emotivo restava piccolo. Era capace di fare riflessioni complesse e poi arrabbiarsi perché la sorella gli aveva rubato un Lego“.

Fu proprio cercando di dare un senso a queste apparenti contraddizioni che Ilaria scoprì la parola asincronia dello sviluppo e, da lì, la plusdotazione: “Ho iniziato a cercare su Google, senza nemmeno sapere cosa fosse davvero. Non avevo idea di cosa aspettarmi dal test, anzi, speravo che non emergesse nulla di grave”.

L’asincronia dello sviluppo

Osservare il proprio figlio crescere con ritmi diversi non è semplice. Ilaria ricorda bene quella sensazione di smarrimento, il tentativo di comprendere perché la maturità cognitiva del proprio bambino sembrasse convivere con comportamenti ancora infantili.

Lo guardavo e pensavo: scusa, tu che fai questi ragionamenti, così maturi, perché litighi con tua sorella? Perché ti arrabbi per un Lego rubato?” racconta. “Era come avere davanti un bambino di sette o otto anni che però reagiva come uno di tre e mezzo. E in effetti era proprio così: a livello cognitivo correva veloce, ma emotivamente era ancora piccolo”.

Quel disallineamento (asincronia dello sviluppo) è stato il primo segnale. 

Spinta dal desiderio di capire, Ilaria ha iniziato a cercare informazioni online: “Ho digitato su Google “asincronia dello sviluppo” e mi sono imbattuta nella parola plusdotazione. Non sapevo nemmeno cosa fosse. Ho capito che quello era il test che dovevo fare, ma non avevo idea di cosa potesse emergere”.

Mi ricordo” continua Ilaria nell’intervista “che avevo detto a mia madre speriamo che esca fuori che non ha niente di particolare. Poi, in realtà, quando è uscita la valutazione di mio figlio l’ho comunicata ai miei genitori che stavano decollando, non erano nemmeno nel mindset per accogliere una notizia importante.”

Il mindset è una forma di riconoscenza della plusdotazione in famiglia e nel lavoro

La reazione in famiglia

Quando Ilaria comunica ai suoi genitori la valutazione del figlio, la reazione è immediata e carica di emozione: “Ricordo che mia madre ha esclamato “oddio, no?!”, mentre mio padre si era davvero spaventato. È un medico, ma non aveva mai incontrato la plusdotazione nella sua esperienza.”

Una risposta istintiva, comprensibile quando si incontra qualcosa di nuovo e sconosciuto. Con il tempo, però, la paura lascia spazio alla comprensione. 

Il dialogo con lo psicologo e il neuropsichiatra, le letture condivise e il desiderio di capire trasforma l’ansia in consapevolezza. 

Plusdotazione da adulta in famiglia

Non è raro che la scoperta della plusdotazione di un figlio diventi anche uno specchio per i genitori. Nel lavoro con le famiglie accade spesso che osservando nei bambini determinate modalità cognitive o emotive, mamme e papà iniziano a riconoscere in sé tratti simili. 

Intuizioni, intensità o dinamiche che per anni avevano considerato semplicemente caratteriali. La valutazione di un figlio può quindi aprire un percorso di consapevolezza interiore e, in alcuni casi, portare a una valutazione anche in età adulta.

È ciò che è accaduto anche a Ilaria. Dopo la valutazione del figlio, ha scelto di sottoporsi al test: “Quando l’ho fatta io, l’effetto sorpresa era passato. Mia madre ha reagito con naturalezza: ha detto “sei sempre tu”, non è cambiato nulla, perché ormai siamo adulti, nel mondo del lavoro. La valutazione serve più per dare un nome a qualcosa che per cambiare davvero ciò che siamo”.

Nel racconto di Ilaria emerge un aspetto importante in cui la consapevolezza della plusdotazione, in età adulta, non ha lo stesso significato che può avere per un bambino. 

Non introduce una novità identitaria, ma piuttosto un linguaggio nuovo per leggere la propria storia.

Non ne parlo molto” spiega nell’intervista “Penso che possa essere frainteso, perché c’è poca conoscenza sull’argomento. Quando si parla di plusdotazione, molti pensano ancora che significhi essere più intelligenti, ma non è così: è un modo diverso di funzionare

Plusdotazione non è solo intelligenza

Il punto è proprio questo, la plusdotazione non coincide con il concetto di intelligenza superiore. Nel lavoro clinico e divulgativo si tende oggi a sottolineare la complessità di questo funzionamento: la componente cognitiva è solo una parte del quadro, che si intreccia con dimensioni emotive, relazionali e percettive.

Ilaria lo descrive con parole semplici:È come avere gli occhi castani o gli occhi verdi: un altro modo di vedere le cose”. 

Una diversità che, però, può suscitare curiosità o giudizio: “Quando qualcuno sa che mio figlio è plusdotato tende a osservarlo con attenzione, come per verificare se se lo merita. Io invece lo vedo in ogni cosa che fa, ma non saprei spiegarlo. Bisognerebbe viverlo, osservare come ragiona, come collega le idee.”

Questa difficoltà nel raccontarsi è un tratto comune tra le persone gifted: la paura che una caratteristica del proprio modo di funzionare venga interpretata come arroganza o superiorità.

Alla fine l’ho detto solo ai miei genitori e a mio maritoconclude IlariaLui mi ha semplicemente supportata, senza stupore né domande. È stato contento, e basta”.

Non conoscere un argomento, spaventa!

Quando si riceve una valutazione di plusdotazione, il primo sentimento è spesso la paura.

Accade perché l’essere umano tende a temere ciò che non conosce come una nuova definizione, un linguaggio tecnico, un risultato che sembra spiegare tanto ma lascia aperte molte domande. 

È la stessa sensazione che proviamo quando entriamo in un luogo sconosciuto o incontriamo persone nuove. Prima di sentirci a nostro agio, abbiamo bisogno di capire come muoverci, cosa aspettarci, quali segnali leggere.

Con il tempo, però, la paura lascia spazio alla conoscenza. Approfondendo l’argomento, leggendo, confrontandosi con professionisti e altre famiglie, si sviluppa la capacità di osservare con lenti diverse.

È allora che la plusdotazione smette di apparire come qualcosa di strano o di distante, e diventa un modo di funzionare riconoscibile, con sfumature, ritmi e bisogni propri.

Quando l’ambiente familiare e scolastico impara a entrare in sintonia con questo funzionamento, il dialogo si apre e le differenze si trasformano in risorse. Comprendere, più che etichettare, è ciò che permette di accogliere davvero.

La situazione nel mondo del lavoro

Quando si parla di plusdotazione e neurodivergenze, il contesto lavorativo resta uno degli ambiti più complessi. Le aziende si trovano di fronte alla necessità di conciliare obiettivi di efficienza con la gestione di talenti molto diversi tra loro, spesso caratterizzati da modalità di pensiero e comunicazione non convenzionali.

A oggi, in Italia, la consapevolezza sul tema è ancora parziale: esistono realtà virtuose che investono su inclusione e valorizzazione delle differenze, ma nella maggior parte dei casi manca una cultura organizzativa capace di riconoscere e sostenere queste diversità come risorsa.

Essere neurodivergenti o plusdotati in un contesto aziendale può significare dover adattare costantemente il proprio modo di lavorare a strutture rigide, dove la libertà di espressione e la fiducia nel singolo sono spesso limitate. 

Scoprire la plusdotazione in famiglia e nel lavoro per  riconoscerne le differenze come risorse

Talento e riconoscimento

Nel suo racconto, Ilaria sottolinea quanto sia importante che le aziende imparino a conoscere e valorizzare i talenti individuali.

“Molte persone iniziano un lavoro con entusiasmo e poi si spengono perché non riescono a esprimersi” spiega “Non perché non ne siano capaci, ma perché il sistema tende a creare pigrizia intellettuale: tanto decide sempre qualcun altro”.

La sua riflessione tocca un punto cruciale: per costruire ambienti di lavoro inclusivi non basta parlare di diversità, bisogna creare spazi reali di confronto e libertà.

Favorire la condivisione delle idee, riconoscere le competenze dei singoli e collegarle a progetti comuni consente di trasformare il talento personale in valore collettivo.

Occorre spostare l’attenzione dall’egocentrismo al contributo” osserva Ilaria. “Quando un’azienda riconosce il talento come strumento per far progredire un progetto, le differenze smettono di essere un ostacolo e diventano un motore di innovazione”.

Quando le differenze diventano una risorsa

Nel suo lavoro di libera professionista, Ilaria applica ogni giorno questa visione. 

Nella sua agenzia cerca di costruire un contesto in cui le persone si sentano libere di proporre idee e confrontarsi senza paura del giudizio: “Le persone plusdotate tendono spesso a nascondersi. A non far notare la propria diversità, per timore di essere percepite come quelle che sanno tutto. Ma se c’è una filosofia aziendale che incentiva la condivisione e il confronto, allora le differenze possono davvero contribuire al successo del gruppo”.

Dal punto di vista professionale, questa prospettiva rappresenta una direzione possibile per molte realtà aziendali: passare da una gestione uniforme delle risorse a una cultura che valorizza la varietà dei funzionamenti cognitivi.

Un approccio che non solo migliora il benessere interno, ma favorisce l’innovazione e la capacità di risposta ai cambiamenti del mercato.

Come parlare di plusdotazione in famiglia

Parlare di plusdotazione, in famiglia come nel lavoro, significa imparare a guardare la complessità con occhi nuovi. Richiede tempo, ascolto e la disponibilità a rivedere abitudini e schemi, soprattutto quando si cresce accanto a un bambino o una bambina con bisogni cognitivi ed emotivi intensi.

La vita familiare, in questi casi, può diventare una corsa continua. Si cerca di sostenere la curiosità e il bisogno di stimoli dei figli, senza perdere l’equilibrio della quotidianità. 

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