Caratteristiche delle persone plusdotate tra stereotipi e realtà

Caratteristiche delle persone plusdotate

C’è un momento, per chi scopre di avere un funzionamento cognitivo diverso, in cui tutto si rimette in discussione. Le relazioni, le abitudini, perfino il modo di raccontarsi.

Nel nuovo episodio del podcast Neuronauti, Eleonora prova a dare voce proprio a questo passaggio.

La difficoltà di parlarne con chi si ama, la fatica di essere compresa, la noia che si infiltra nei momenti di routine, il pensiero che corre più veloce di quanto vorrebbe.

Un racconto lucido e sincero che scardina gli stereotipi più comuni e mostra la plusdotazione per quello che è davvero. Un intreccio di intensità, sensibilità e bisogno di senso.

Parlare di plusdotazione con amici e famiglia

Scoprire di avere un funzionamento cognitivo diverso, come la plusdotazione, è un percorso profondamente personale che spesso inizia nel silenzio.

Eleonora Papotto ha scelto di non rivelare a nessuno il percorso di valutazione, tenendo per sé il segreto fino al verdetto finale. 

La ragione è legata principalmente al timore degli stereotipi comuni che circondano il concetto: “Non lo avevo detto a nessuno almeno finché non avessi terminato la valutazione, perché comunque rientra sempre un po’ nello stereotipo che gira intorno a questo concetto.” 

Il timore di doversi giustificare, sia in caso di esito positivo che negativo, l’ha spinta alla cautela:Intanto non dico nulla, poi eventualmente se dovesse esserci un riscontro positivo vedrò come comportarmi di conseguenza.

Dopo la valutazione, il confronto con gli altri

Dopo aver ricevuto la valutazione, ha avvertito un senso di sollievo, ma il confronto con amici e famiglia si è rivelato più complesso del previsto. 

Ha provato a parlarne, ma risposta non è stata sempre incoraggiante, racconta Eleonora: “Devo dire che non ho avuto un grande riscontro.”

Per introdurre l’argomento, ha aspettato il momento giusto, spesso sfruttando le osservazioni degli altri su come gestiva il tempo o i suoi impegni. 

Ad esempio, quando le veniva fatto notare che si metteva troppe cose da fare in un giorno e che per questo era stanca, coglieva l’occasione per spiegare: “Prendevo un po’ l’occasione per dirgli: guarda, hai ragione. Dal tuo punto di vista è corretto, ti assicuro però che dal mio punto di vista è diverso.

Iniziava a parlare della plusdotazione facendo leva su questa parte organizzativa e di gestione della tempistica. La reazione, però, era spesso una semplificazione: “La risposta è sempre stata ‘eh vabbè ma tanto lo sappiamo che sei intelligente’.

Questa risposta, secondo Eleonora, deviava completamente dal nocciolo del suo discorso come racconta nell’intervista:

Non era questo il mio punto, non ho mai detto che stava lì il concetto! E quindi mi sono sentita un po’ svalutata da una parte, perché non era minimamente dove volessi andare io con il mio discorso: arrivava soltanto l’informazione sbagliata.”

Di conseguenza, il confronto è rimasto limitato. Ha provato a parlarne con i suoi genitori, ma anche in quel caso “è rimasta molto nebulosa come informazione.” Per questo, conclude, “poi l’ho tenuta un po’ per me.

Gli stereotipi sulla plusdotazione: un ostacolo al dialogo

La difficoltà di Eleonora nel far comprendere la plusdotazione ai suoi cari è strettamente connessa agli stereotipi che dominano la percezione comune.

Spesso, quando non si conosce un tema a fondo, si tende a minimizzare. La reazione comune può essere “eh vabbè sì lo sapevamo che tu sei intelligente,” riducendo l’intelligenza solo al suo aspetto plus. 

A ciò che sta in alto, il fatto di essere molto veloci. Purtroppo, tutti gli aspetti legati alle fatiche e alle complessità del funzionamento diverso non vengono proprio considerati.

In realtà, la plusdotazione e l’alto potenziale cognitivo sono fatti di sfumature di grigio. C’è il bianco, c’è il nero, e c’è tutta la sfumatura in mezzo. 

A complicare il quadro si aggiunge lo stereotipo radicato del bambino plusdotato, il gifted, generalmente percepito come maschio e super bravo in matematica.

Questi stereotipi portano a liquidare le difficoltà con un semplicistico “vabbè ma tanto poi sei comunque già molto, molto bravo in questo non farti problemi!”. Impedendo una comprensione profonda della reale esperienza.

Scopri le caratteristiche delle persone plusdotate attraverso l’esperienza di Eleonora: tra stereotipi, noia, pensiero arborescente e bisogno di equilibrio

Scardinare gli stereotipi: quando la scrittura non è solo passione, ma un antidoto alla noia

Abbiamo sottolineato come spesso la plusdotazione sia ridotta a concetti superficiali dove si tende un po’ a minimizzare, ma c’è molto di più.

Per aiutarmi a scardinare questi stereotipi, Eleonora mi ha raccontato una sua esperienza di vita. Sin da piccola, ha coltivato la passione per la scrittura, ci racconta che :

Io da quando sono più piccola, penso intorno ai sette anni, ho iniziato a scrivere poesie, racconti e ho sempre pensato di avere una predisposizione alla scrittura e che fosse un po’ il centro, cioè io scrivevo perché mi piace scrivere.”

Ciò che sembrava una semplice passione, in realtà nascondeva un meccanismo adattivo.

Eleonora si ritrovava a scrivere durante le lezioni in classe, mentre il professore spiegava, durante i meeting al lavoro, ma stranamente non riusciva a farlo quando era a casa da sola. 

Per anni, ha pensato fosse solo una questione di ispirazione che arrivava in momenti diversi.

Solo di recente ha compreso la vera funzione di questa attività:

Ho riflettuto proprio negli ultimi mesi su questa cosa e mi sono resa conto invece che alla fine la scrittura secondo me è un po’ un meccanismo che ha utilizzato la mia testa per scappare nei momenti di noia.”

Scrivere per resistere alla noia

Nel momento in cui in classe si rispiega un concetto già acquisito, il suo cervello cerca una via di fuga: “Non so che fare, cosa faccio, allora mi metto a scrivere.” 

Sebbene l’interesse per la scrittura sia reale, lei ha iniziato a vederla non come il centro della sua identità, ma come una soluzione a un problema. 

La scrittura è diventata la risposta a “quello che invece è sempre la questione di noia o comunque vedere che alcune cose erano più veloci e non sapere più come gestire quel momento.”

In sostanza una strategia per non impazzire in quelle occasioni. Il suo cervello, annoiato, aveva bisogno di stimoli che, in un contesto ridondante, potevano essere percepiti come un rumore. In questo modo, la scrittura funzionava per lei come un rumore bianco, un sottofondo produttivo che le permetteva di elaborare i suoi pensieri.

Un fatto interessante, che, come ho commentato durante l’intervista, “bisogna portarsi a casa anche questa,” anche se agli insegnanti potrebbe non piacere.

Come rispondere a una domanda aperta? Il blocco del pensiero arborescente

Un altro tratto distintivo che complica la vita quotidiana è la difficoltà nel processare alcune domande. 

Eleonora spiega che “in generale alcune volte mi sono sentita nel corso del tempo stupida perché pensavo di non capire le domande delle persone. Magari anche del professore se parliamo scolasticamente, ma anche di amici.”

Il problema non è l’assenza di una risposta, ma l’eccesso. Di fronte a domande generiche, il cervello si blocca portando a chiedersi: “ma quale delle 70 risposte che ho nella mia testa tu vuoi che io ti dica?

Paradossalmente, mentre una domanda aperta spesso stimola la riflessione, in questo contesto può diventare un ostacolo insormontabile, complicando l’espressione di sé:

Se in molti casi invece una domanda più aperta o generale aiuta, nel caso direi mio, ma penso proprio in generale di chi è plusdotato può complicare la situazione.” 

La radice del blocco è l’eccesso di connessioni immediate: “Nel mio cervello in quel momento” prosegue nell’intervista “Mi sono arrivati così tanti stimoli di possibili risposte che mi blocco. Non so da dove prendere la risposta che tu vuoi sentire o che comunque è quella corretta.”

Caratteristiche delle persone plusdotate, il pensiero arborescente

Questa dinamica ci riporta al tema centrale dell’organizzazione mentale. Come accade quando si deve fare la valigia e si hanno troppe opzioni, il famoso pensiero arborescente (o divergente) genera una miriade di collegamenti e idee che rendono impossibile stabilire un punto di partenza logico.

Il problema non è la mancanza di informazioni, ma la loro gestione. Il pensiero è “talmente tanto pieno di informazioni che ha bisogno di un minimo di ordine e non sempre la persona riesce a farlo in autonomia.” 

Ecco perché, per le persone plusdotate, le domande troppo aperte (soprattutto in un contesto come quello scolastico) mettono in crisi portando a domandarsi da che parte partire.

Sebbene sia possibile allenarsi per risolvere queste difficoltà e fornire la risposta attesa, questo processo non è affatto automatico.

caratteristiche delle persone plusdotat e il pensiero arborescente rappresentato da un albero

Oltre lo stereotipo: il valore del racconto autentico

La storia di Eleonora Papotto ci offre uno sguardo lucido e prezioso sulla plusdotazione, liberandola dai facili stereotipi di pura eccellenza.

Dalla scrittura come strategia anti-noia alla difficoltà di affrontare le domande aperte, emerge un funzionamento cognitivo che è tanto intenso quanto complesso.

Comprendere l’alto potenziale significa riconoscere questa tensione costante tra velocità di pensiero e bisogno di ordine, tra stimoli in eccesso e il blocco comunicativo.

Se desideri ascoltare altre voci e approfondire ulteriormente, ti invito ad ascoltare il podcast completo Neuronauti per scoprire altre interviste e approfondimenti sul tema. 

Inoltre, se sei genitore e stai cercando strumenti pratici per affrontare le specificità della plusdotazione in famiglia, Orientamento online per famiglie di plusdotati è un supporto concreto per trasformare la complessità in risorsa.

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