Perché mio figlio si arrabbia così tanto se la maestra punisce tutta la classe per colpa di uno solo? Perché mia figlia chiude un libro a metà e non vuole più riaprirlo perché non sopporta come i compagni trattano il protagonista, o torna da scuola sconvolta quando un compagno, con cui nemmeno gioca, non viene invitato a una festa?
Sono domande che molti genitori di bambini e bambine gifted si pongono. Capita spesso, infatti, che in un funzionamento gifted certe reazioni abbiano un’intensità che agli adulti sembra sproporzionata: davanti a una piccola ingiustizia in classe, ma anche davanti a ingiustizie lontane, che riguardano il mondo e altre persone. Da fuori può sembrare eccessivo. Da dentro, molto spesso, ha un senso preciso.
Nella terza intervista della seconda stagione del podcast Neuronauti: viaggio nella plusdotazione, Luna Pomodoro ci aiuta a guardare questa intensità dalla prospettiva di una giovane plusdotata. Il suo punto di vista è prezioso perché tiene insieme due tempi. Racconta la bambina che è stata e la giovane donna che è oggi, e così ci permette di vedere come certe caratteristiche nascono, si trasformano e, col tempo, trovano il loro spazio.
Nella prima parte dell’intervista, che trovi nel podcast, Luna ripercorre il modo in cui ha scoperto la plusdotazione. Qui ti porto la seconda parte, in cui parliamo di senso di giustizia, di immedesimazione, di scuola e di relazioni.
Tutto ciò che è umano mi riguarda
Un tratto che si incontra spesso nella plusdotazione è un senso di giustizia molto forte, anche verso il mondo e verso l’umanità in generale. Com’è nella tua esperienza?
“Il mio pensiero sull’umanità si può riassumere così. C’è un autore latino che scriveva commedie, commedie nel senso che andavano a finire bene, non che facessero ridere: quelle, credo, non facevano ridere nessuno. In una di queste un personaggio dice: sono un essere umano, tutto ciò che è umano mi riguarda. Ecco, questo è più o meno il mio pensiero.
Per questo mi interesso di quello che succede nel mondo: il genocidio in Palestina, quello che sta accadendo in Sudan, in Congo, in Etiopia, tutti quei posti in cui noi, come mondo occidentale, abbiamo portato più grane che altro.
Mia nonna, che è nata nel ’32, non aveva la minima idea che l’Italia avesse cercato di avere delle colonie in Africa. Quando gliel’ho detto è rimasta così: cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto quelle cose? Eh sì, ci abbiamo provato. Per fortuna abbiamo fallito, ma ci abbiamo provato.
Quindi a me sale quasi il livore quando sento dire: sì, ma qui non sta succedendo niente, perché dovrebbe interessarmi? Intanto perché domani potrebbe succedere anche qui. E poi perché, insomma, empatia: sono altri esseri umani. E lo stesso vale per tutti gli animali non umani.”
La frase che Luna ricorda è di Terenzio, ed è una delle più citate della letteratura latina. In questa risposta c’è un tratto che ritrovo spesso nel mio lavoro: un senso di giustizia, nelle persone gifted, che può diventare così intenso da far sentire come proprie anche ingiustizie lontane, che non le riguardano direttamente. Non si tratta di essere più buoni o più giusti degli altri. È un modo di sentire che fa fatica a lasciar correre. Molti genitori lo riconoscono già nei figli piccoli: Fabio, per esempio, parlando del suo bambino lo descriveva come un senso di giustizia enorme, quasi spropositato.
Entrare nelle storie fino a sentirsi in debito
Parlando di empatia, di sentire quello che provano gli altri: ti viene in mente qualche esempio di quando eri piccola?
“Mi ricordo un mio piccolo mental breakdown a quattro o cinque anni. Nelle fiabe leggevo sempre di bambini in condizioni sfortunate, che poi è proprio quello che fa iniziare una storia, ma io allora non lo sapevo. C’era Jack, quello della pianta di fagioli, che aiuta la madre e vende la mucca. E poi i vari Pollicini, Hansel e Gretel. E io mi sentivo tremendamente in difetto, perché pensavo: io vado solo a scuola, non faccio nulla per aiutare mamma e papà.
Anche perché le faccende di casa non sono mai state il mio grande amore: ho cominciato a farle abbastanza tardi, avrò avuto nove o dieci anni. Questa cosa me l’hanno raccontata, perché io non me la ricordo. Ero a casa di mia nonna e a un certo punto si mettono tutti a cercarmi, perché non mi vedono più. E io cosa stavo facendo? Ero in crisi, perché avevo realizzato di non fare niente di concreto per aiutare i miei genitori.
Poi mia zia, una persona meravigliosa, mi ha spiegato: guarda che tu fai già tanto, fai quello che si fa alla tua età, vai a scuola, sei una brava bambina. E io: sì, ma io parlavo di azioni! Di qualcosa di concreto. Vedevo Jack che a sette anni vende la mucca, cosa che io non potevo fare perché mio padre di mucche non ne aveva.
È una cosa che mi è rimasta dentro e che ho fatto molta fatica a togliermi. Vedevo i sacrifici che i miei genitori facevano per darmi una vita decente e pensavo: se non faccio qualcosa, sembro un’ingrata.”
Questo mi fa pensare a uno dei pregiudizi più diffusi sulla plusdotazione: che le persone plusdotate siano poco sensibili, che non si accorgano degli altri. A volte può essere così, ma può anche succedere il contrario, e quella che da fuori viene letta come ipersensibilità è spesso una capacità di immedesimazione molto profonda. Le fiabe classiche partono quasi sempre da una situazione disastrosa, con un sacco di montagne da scalare. Sentirle così vicine vuol dire avere una forma di empatia elevatissima.
“Sì, ed è una cosa di me che onestamente trovo incredibile: io empatizzo persino con gli oggetti, almeno con quelli di forma vagamente umanoide. Da piccola, avrò avuto sette o otto anni, avevo un palloncino di Sailor Moon preso a una fiera. Tornati a casa si stava sgonfiando e mia madre l’ha appeso al muro con lo scotch. Mi sono arrabbiata tantissimo: staccalo immediatamente! Ti piacerebbe essere appesa al muro con lo scotch? Pensavo davvero che il palloncino sentisse male.
Infatti con bambole, Barbie e pupazzi ho sempre giocato abbastanza poco. In compenso inventavo un sacco di storie, molto carine e, in tanti casi, molto cruente.
C’era però un gioco che odiavo, sia quando lo facevano gli altri bambini sia quando cercavano di coinvolgere me: il gioco di ruolo. Giochiamo a Sailor Moon, tu fai Sailor Mars, tu Sailor Venus, io Sailor Moon. No: le Sailor sono loro. Noi non parliamo come loro, non abbiamo poteri, non siamo giapponesi. Al massimo possiamo imitarle, ma non possiamo dire io sono lei, perché sono cose diverse: loro sono disegnate, noi siamo persone. Lo stesso con le principesse Disney. Al massimo parliamo delle principesse, ma non possiamo far finta di esserlo, perché non lo siamo. Tu non parli come Elsa, io non parlo come Biancaneve.”
In questi ricordi ci sono due cose che stanno strette insieme. Da una parte un’immedesimazione così ampia da arrivare fino a un palloncino. Dall’altra un bisogno forte di concretezza e di verità. La zia di Luna la rassicura con affetto, ma la bambina non cercava rassicurazione: cercava un modo concreto di fare la sua parte. E allo stesso modo non riusciva a fingere di essere qualcuno che non era. È un intreccio che si ritrova spesso, e che a scuola può prendere forme molto precise.

Quando un racconto non torna
Torniamo un po’ indietro, alla scuola. Ti annoiavi?
“Abbastanza, ma riuscivo a non farlo vedere. So che molti bambini e bambine che rientrano nella plusdotazione, quando si annoiano, fanno cose che gli insegnanti notano: si mettono a canticchiare, a fare altro. Io aprivo il libro di turno e, nei momenti morti, mentre assegnavano i compiti o durante le interrogazioni, andavo avanti a leggere le pagine che non avevamo ancora fatto. Così con latino sono arrivata al capitolo 7 mentre la classe era al 2.
Un esempio molto semplice: alle elementari un giorno ho dimenticato un libro a casa. La maestra ci dice di leggere un brano e rispondere alle domande in fondo, poi le avremmo corrette insieme. Mi mette vicino a una compagna che il libro ce l’aveva, ma io non l’ho nemmeno guardato: quel brano l’avevo già letto mille volte e lo ricordavo quasi a memoria. Leggevo le domande e rispondevo.
E poi c’è una cosa strana: quando sei bambino ti accorgi di tante cose che nei libri, nei film, nelle storie in generale non hanno senso. Gli autori le lasciano lì pensando: tanto sono bambini, figurati se se ne accorgono. Io me ne accorgevo, e mi veniva molto facile.”
Mi incuriosisce questa attenzione ai dettagli che non tornano. Me ne fai un esempio?
“Quel brano, quello del giorno senza libro, me lo ricordo ancora adesso. Parlava di un bambino che si chiamava Nullo, un nome un programma. Questo poverino era nato con una terribile malattia che lo rendeva invisibile e immateriale, come un fantasma. La storia, in realtà, è abbastanza tragica. Lui entra in classe ogni mattina e la maestra vede dei vestiti che camminano da soli, perché i vestiti invisibili non sono. E la maestra cosa fa? Prende i vestiti e li appende all’attaccapanni. Così questo povero bambino è costretto a passare le mattine a scuola appeso a un gancio.
La piccola me era arrabbiatissima con quella maestra: vedi dei vestiti che camminano da soli e invece di chiamare i Ghostbusters li appendi a un gancio? Ma ti sembra normale? Alla fine Nullo entra in un lago magico e diventa finalmente un bambino in carne e ossa, con la pelle, la materia. Ma guarda te, questo povero ragazzo che si è dovuto fare un bagno fuori programma solo per farsi notare da una maestra… diciamo un po’ distratta. Anche se era un racconto, erano tutte piccole cose che mi stavano sulle scatole.
Quindi, messaggio per eventuali autori di libri per bambini all’ascolto: non fate cose del genere, i bambini se ne accorgono che non ha senso. I bambini non sono stupidi: sono persone che ragionano, a volte anche in modo più avanzato degli adulti, perché hanno meno sovrastrutture. E le incongruenze le vedono.”
In questo episodio c’è la noia, certo, e quel modo silenzioso di riempire i tempi morti andando avanti da sola, di cui ho parlato anche a proposito di noia e plusdotazione. Ma c’è soprattutto una bambina che si arrabbia per come un adulto tratta un bambino, anche se è solo un personaggio di un racconto. Quando un figlio o un’alunna reagisce con forza a qualcosa che “non è giusto” o “non ha senso”, può valere la pena chiedersi che cosa ha visto. Spesso ha colto un’incongruenza che a noi era sfuggita. Luna lo dice a modo suo, ed è difficile darle torto.
Le convenzioni sociali e il bisogno di coerenza
E nella vita sociale, oggi, come va?
“Un’altra cosa che non ho mai capito, a livello relazionale, è il < faccio questo per evitare che…>. Adesso la capisco, ma la trovo lo stesso assurda. Mi ricordo un mio ex vicino di casa con cui ogni tanto si chiacchierava, e che spesso mi diceva: scusa, devo chiamare mio cognato perché altrimenti si offende; scusa, devo scrivere a mia madre, a mia zia, perché altrimenti si offendono. Ecco, se devi fare una cosa così piccola solo perché altrimenti si offendono, ti consiglierei di rivedere un po’ le tue compagnie.
Non ho mai capito neanche il perché di certa delicatezza. Se un amico si è vestito malissimo, gli dico: guarda, secondo me qualcos’altro ti starebbe meglio, invece di sembrare uno spaventapasseri. Perché non dovrei dirglielo, per paura che si offenda e non mi parli più? Se fa così, è lui a essere un po’ poco maturo.
Le convenzioni sociali, per me, sono abbastanza inutili. Le capisco, le applico, ma non vorrei farlo, perché io guardo all’utilità: concretamente, a cosa mi serve questa cosa? E la cosa più assurda è che, quando comincio a parlare di qualcosa che mi interessa, parlo a macchinetta e sommergo l’altra persona di informazioni che per lei probabilmente sono inutili, ma per me sono interessantissime: i musical di Broadway, i film, gli adattamenti, il doppiaggio, i diritti umani, la matematica, l’informatica. Infatti, tendenzialmente cerco di non parlarne, perché so che mi entusiasmo troppo e non mi fermo più.”
Anche qui ritorna lo stesso bisogno di coerenza. Molti bambini e ragazzi gifted fanno fatica con le regole, sociali o scolastiche, quando non ne vedono il senso: ciò che si fa dovrebbe corrispondere a ciò che si pensa. Ma in questa risposta c’è anche altro. A Luna ho risposto che parlare delle proprie passioni è normale, anzi giusto. Il punto è che trovare persone con cui farlo non è affatto immediato. Con i bambini lo vedo spesso: il bisogno di trovare qualcuno in cui rispecchiarsi è fortissimo, e incontrare altri bambini e bambine con un funzionamento simile, ogni tanto, fa davvero bene.

Trovare chi parla la stessa lingua
Per una persona giovane, per un adulto, com’è la situazione?
“Dal mio punto di vista molto migliore. Quando sei bambino sei relegato al contesto scolastico, al massimo allo sport o al parchetto vicino a casa: non sei libero di assorbire il mondo. Alle medie è la stessa cosa, alle superiori già un po’ meno. E guarda caso, adesso che il tema della neurodivergenza sta diventando più o meno di dominio pubblico, tante persone stanno facendo diagnosi o certificazioni di cose che hanno sempre avuto ma di cui non si erano mai accorte.
Io, per esempio, ho scoperto che nel mio gruppetto di amici, sai quanti sono i neurotipici? Uno. E ancora non si sa bene come sia riuscito a fare amicizia con noi. Pensando a tutte le mie amicizie strette, saranno uno o due al massimo. Perché tra persone neurodivergenti ci si trova anche senza saperlo: si parla nello stesso modo, si ha un modo di esprimersi molto simile.
Siamo una minoranza, ma non una minoranza così piccola. Siamo pochi, ma non così pochi, e tendenzialmente ci troviamo, anche se non lo sappiamo. L’università, i club di lettura, quelli che una volta erano gli Internet café sono pieni di persone così. E la cosa bella è che adesso la cultura sembra aver ricevuto un minimo di riabilitazione.”
Rileggendo questa parte di intervista, il filo mi sembra chiaro. Il senso di giustizia di Luna non nasce da un’idea astratta. Nasce da un’immedesimazione molto ampia, che da piccola la faceva sentire in debito verso i genitori o la spingeva a difendere un palloncino. E nasce da un bisogno forte di verità, che le rendeva impossibile fingere di essere una Sailor o lasciar passare l’incoerenza di un racconto. Crescendo, quella stessa intensità si è allargata al mondo, e ha reso faticose alcune convenzioni della vita sociale.
Non è una sensibilità comoda da portare. Diventa però più leggera quando si trova qualcuno che parla la stessa lingua. Ed è forse questa la cosa più preziosa che Luna ci lascia: si può sentire tanto, e trovare comunque il proprio posto.
Grazie a Luna per la sincerità e la leggerezza con cui si è raccontata. Se vuoi ascoltare la prima parte dell’intervista, la trovi nel podcast Neuronauti: viaggio nella plusdotazione. E se vuoi continuare a seguire il suo racconto, puoi trovarla su Instagram.
