Plusdotazione in classe: come spiegarla agli alunni senza creare distanze

Immagine di una classe dove ciascun è impegnato in attività diverse

Quando in una classe c’è una bambina o un bambino gifted può essere necessario, prima o poi, parlare di plusdotazione anche con gli altri alunni.

Del resto, le differenze nel modo di apprendere, nei tempi, negli interessi o nelle attività proposte possono diventare visibili all’interno del gruppo e suscitare domande tra i compagni.

Per l’insegnante, trovare le parole adatte è un passaggio delicato. Spiegare la plusdotazione significa rendere comprensibile un funzionamento cognitivo diverso senza farlo diventare un motivo di confronto o una caratteristica che separa il ragazzo o la ragazza dagli altri.

In questo senso, parlare di diversità di funzionamento può diventare anche un’occasione educativa per tutta la classe: permette di riconoscere che non tutti apprendiamo nello stesso modo e che bisogni differenti possono richiedere risposte differenti.

In questo articolo voglio concentrarmi proprio su come un insegnante può parlare di plusdotazione in classe e su alcune attività utili per affrontare questo tema senza creare distanze tra i bambini.

Come parlare di plusdotazione senza creare una gerarchia

Dire che un bambino plusdotato è semplicemente “più intelligente” rischia di aprire immediatamente un confronto: più intelligente di chi? Quanto più intelligente? E gli altri, allora, cosa sono?

La plusdotazione riguarda un modo di funzionare che comprende certamente l’aspetto cognitivo, ma non si esaurisce nel prendere bei voti o nel riuscire meglio degli altri.

Una bambina plusdotata può, per esempio, imparare molto velocemente alcune cose, fare collegamenti tra argomenti lontani, avere bisogno di approfondire, annoiarsi davanti alla ripetizione di qualcosa che ha già compreso. Ma può anche fare fatica a gestire la frustrazione, vivere alcune emozioni con grande intensità o trovarsi in difficoltà in situazioni che agli altri sembrano semplici.

Per spiegare questo aspetto ai bambini possiamo usare parole concrete, partendo proprio dall’idea che non tutte le persone funzionano nello stesso modo.

“C’è chi capisce meglio ascoltando e chi ha bisogno di vedere o provare. Qualcuno fa molti collegamenti tra argomenti diversi, qualcuno ha bisogno di fermarsi più a lungo su una cosa. C’è chi fa tante domande, chi ricorda facilmente quello che ha ascoltato e chi ha bisogno di ripeterlo più volte.”

In questo modo il tema della plusdotazione può entrare in classe senza diventare subito una spiegazione sul singolo bambino. Il punto di partenza resta qualcosa che riguarda tutti: il fatto che possiamo imparare, pensare e partecipare in modi diversi.

Ed è proprio questa cornice che permette poi di parlare delle differenze che ragazze e ragazzi osservano nella vita quotidiana della classe, senza trasformarle in un giudizio sul valore o sulle capacità di ciascuno.

esempio di mappa da cui partire per far emergere differenze

Le differenze sono già dentro la classe

Queste differenze fanno già parte della quotidianità scolastica, anche quando non vengono nominate esplicitamente.

C’è chi legge velocemente e chi ha bisogno di più tempo. Qualcun altro ricorda benissimo quello che ascolta e chi deve scriverlo. E poi c’è chi ama parlare davanti a tutti e chi preferisce osservare. Chi potrebbe trascorrere ore sui dinosauri, sullo spazio o sui numeri e chi cambia interesse continuamente.

Queste differenze non ci dicono chi vale di più.

Ci dicono piuttosto che, anche partendo dallo stesso punto, possiamo avere modi diversi di imparare e di stare dentro un’esperienza.

Un’attività semplice può essere chiedere a ogni bambino:

“Qual è una cosa che impari facilmente? E una per cui hai bisogno di più tempo o aiuto?”

Le risposte possono diventare il punto di partenza per osservare insieme quanto sia vario il gruppo classe. Anche il bambino plusdotato avrà qualcosa che gli viene molto facilmente e qualcosa che invece richiede impegno, pazienza o sostegno.

Questo passaggio è importante perché permette di parlare della plusdotazione all’interno delle differenze, invece di costruire attorno a un singolo bambino o bambina una categoria separata.

E può diventare utile anche quando, più avanti, un compagno riceve una proposta diversa: la classe ha già iniziato a costruire un linguaggio per capire che bisogni differenti possono richiedere risposte differenti.

Piccoli esercizi per scoprire che possiamo pensare in modi diversi

Possiamo anche far sperimentare la diversità cognitiva, senza necessariamente nominarla subito.

Per esempio, scriviamo alla lavagna una parola come “albero” e chiediamo alla classe di dire tutto quello che viene in mente.

Una bambina penserà alle foglie, un altro a un bosco, qualcuno alla fotosintesi, qualcun altro a una casa sull’albero, a un frutto, a un ricordo, a un animale che vive tra i rami.

Oppure possiamo proporre un problema che abbia più di una soluzione e confrontare i diversi percorsi utilizzati per arrivarci.

La domanda interessante, alla fine, non è: chi ha trovato la risposta migliore?

Possiamo chiedere invece:

“Come ci sei arrivato?”

“Qualcuno ha pensato a una strada completamente diversa?”

“Quale collegamento ti ha fatto venire questa idea?”

In questo modo diventa visibile una cosa importante: uno stesso stimolo può mettere in moto pensieri molto diversi.

Ed è una competenza utile per tutta la classe imparare a osservare questi percorsi senza trasformarli continuamente in un confronto.

fogli sparsi su una cattedra

Fare attività diverse non significa valere di più

La situazione diventa più delicata quando la differenza non riguarda soltanto il modo di pensare, ma quello che succede concretamente durante la lezione.

Nello stesso momento, infatti, può esserci un bambino che ha già finito il lavoro e riceve un approfondimento, una bambina che svolge un esercizio più complesso e un altro alunno che lavora per alcuni momenti su un progetto diverso.

È proprio osservando queste differenze che può nascere la domanda:

“Perché lei fa un’altra cosa e io no?”

È una domanda legittima.

Possiamo rispondere spiegando che a scuola l’obiettivo non dovrebbe essere dare sempre a tutti esattamente la stessa cosa, ma permettere a ciascuno di continuare ad apprendere.

Se un esercizio è già molto semplice per un bambino, ripeterlo altre dieci volte difficilmente gli permetterà di imparare qualcosa di nuovo. Così come proporre a un’ altra bambina un’attività troppo difficile solo perché la sta facendo il compagno rischia di mettere inutilmente in difficoltà.

Personalizzare significa proprio questo: osservare chi abbiamo davanti e trovare proposte che abbiano senso per quella persona.

E non significa necessariamente assegnare un compito “più difficile”. A volte può voler dire permettere un approfondimento, cambiare il tipo di stimolo, lasciare spazio a collegamenti più complessi oppure modificare il modo in cui quel bambino entra nell’attività.

Quando la differenza rischia di diventare distanza

Anche quando le differenze vengono spiegate e accompagnate con attenzione, possono comunque entrare nelle relazioni tra i ragazzi.

Può comparire l’idea del favoritismo. Qualcuno può prendere in giro il compagno. Oppure può essere proprio il bambino plusdotato a iniziare a identificarsi con il fatto di essere “quello intelligente”.

Questo è un punto su cui, secondo me, vale la pena fermarsi. Perché se per paura di creare differenze facciamo finta che le differenze non esistano, i ragazzi continueranno comunque a vederle. Semplicemente, avranno meno strumenti per capirle.

Un compagno si accorge che l’altro finisce prima. Si accorge che riceve un’attività diversa. Si accorge anche che alcune cose per lui sono facilissime e altre, magari, lo mandano completamente in crisi. Nascondere tutto questo non rende automaticamente la classe più inclusiva.

Il lavoro dell’insegnante può essere allora quello di aiutare i bambini a dare un significato a ciò che osservano, senza trasformare una caratteristica in un giudizio sulla persona.

E questo vale anche per il bambino o bambina plusdotato. Se viene continuamente riconosciuto come “quello intelligente”, rischiamo di appoggiargli addosso un ruolo che prima o poi può diventare pesante. Perché cosa succede quando sbaglia? Quando non sa una risposta? Quando un compagno riesce meglio di lui o lei?

La plusdotazione è una delle caratteristiche di quella bambina, non è tutta la bambina. Ci sono il suo modo di stare con gli altri, le sue emozioni, gli interessi, le cose che gli riescono facilmente e quelle che gli costano fatica, esattamente come accade per tutti gli altri.

Parlarne in classe può essere utile proprio per questo: dare ai bambini e ai ragazzi parole con cui capire quello che già osservano. Senza fare finta che le differenze non esistano, ma anche senza trasformarle in una classifica.

La plusdotazione può così essere riconosciuta come una delle caratteristiche che fanno parte della persona, senza diventare ciò che la definisce davanti agli altri. E l’insegnante può aiutare i bambini a capire che avere bisogni, tempi e modi di funzionare differenti non significa valere di più o di meno.

In questo contesto, è fondamentale che l’insegnante sia attento a come queste differenze vengono vissute e narrate all’interno del gruppo classe. Solo così potrà intervenire in modo tempestivo ed efficace per prevenire o affrontare eventuali dinamiche di esclusione o di etichettamento. 

(Le immagini di questo articolo sono state generate con l’ausilio dell’AI)

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