Il cervello a due velocità: la storia di Diario di una plusdotata

Traduzione - intervista a diario di una plusdotata

La plusdotazione non è solo una questione di abilità cognitive elevate. È un modo di funzionare che attraversa l’infanzia, la scuola, le relazioni, il lavoro e il modo di percepire il mondo.

Chi è una persona plusdotata spesso sperimenta un’intelligenza molto veloce affiancata a una forte sensibilità emotiva e sensoriale, con un impatto concreto sulla vita quotidiana. Nel metodo di studio, nelle relazioni, nella gestione delle aspettative e nella comprensione di sé.

La voce di Diario di una plusdotata, ospite del podcast Neuronauti: viaggio nella plusdotazione, accompagna questo percorso attraverso un racconto in prima persona. 

L’intervista ripercorre le tappe principali della sua esperienza: l’infanzia, la scuola, l’università, il periodo successivo alla valutazione, la sensibilità sensoriale e le relazioni.

Ne emerge una narrazione che restituisce la complessità, le contraddizioni e le risorse della plusdotazione vissuta dall’interno.

Chi è Diario di una plusdotata

Diario di una plusdotata è un blog personale in cui l’autrice racconta la propria esperienza di vita come persona plusdotata. Attraverso riflessioni, episodi quotidiani e narrazioni in prima persona, il blog dà voce a un modo di pensare, sentire e relazionarsi che spesso resta invisibile o frainteso.

Nel tempo, Diario di una plusdotata è diventato uno spazio di riconoscimento per molte persone che si ritrovano in un funzionamento cognitivo intenso, veloce e sensibile, ma faticano a trovare parole condivise per descriverlo.

Il periodo dell’infanzia e la scuola

Nel podcast Neuronauti: viaggio nella plusdotazione il racconto di Diario di una plusdotata parte dall’infanzia e dai primi anni di scuola, per ricostruire il contesto in cui è cresciuta e il modo in cui la sua diversità veniva vissuta.

L’immagine che emerge è quella di un’infanzia serena, vissuta in un ambiente familiare stimolante.

«Ho vissuto un’ottima infanzia», racconta «I miei genitori erano due genitori adolescenti, tra me e mia mamma c’è un po’ meno di vent’anni di differenza e lei si divertiva molto a intrattenermi. Anche su questo sono stata molto fortunata, perché io comunque giocavo a dama quando avevo quattro o cinque anni. Il Trivial Pursuit era probabilmente il mio gioco preferito, giocavo a carte».

Nel racconto emerge anche un’esperienza scolastica positiva con la descrizione di classi coese e accoglienti, frequentate fino alla quarta o quinta superiore, senza episodi di bullismo. 

Eravamo un’ottima classe, io fino alla quarta o quinta superiore ho sempre avuto degli ottimi gruppi classe, quindi niente bullismo. Considera che io ho realizzato quanto la mia classe fosse multietnica tra le elementari e le medie.”

Dettagli dell’esperienza vissuta

Nell’intervista, il racconto prosegue soffermandosi più nel dettaglio sull’esperienza vissuta a scuola e sul clima che caratterizzava quei contesti.

 “Solo tanti anni dopo mi sono accorta, avevamo diversi ragazzi marocchini e albanesi. Per noi era normale fare uno o due giorni all’anno dove ognuno portava qualcosa di tipico di casa propria per farlo assaggiare a tutti.  Facevamo approfondimenti, parlavamo di tutte le culture, ho vissuto veramente un periodo molto positivo in questo senso, nonostante fossero fine anni Novanta, inizio Duemila

Anche nelle situazioni familiari più complesse, racconta, nessuno veniva escluso: “Anche per i bambini con problemi in casa, anche quando diventavano magari situazioni complicate, non li escludevano mai. E questo è successo sempre. Per quello ti dico io ho vissuto un po’ sotto una campana di vetro

In quel contesto, anche il suo sentirsi diversa trovava spazio senza trasformarsi in esclusione. 

Il mio essere diversa era incluso in una classe dove tutti erano molto unici per tanti motivi diversi e quindi non c’era esclusione da parte di nessuno. Era difficile che ci fosse qualcuno che dicesse no, eravamo sempre abbastanza coesi”.

La fatica ha iniziato a emergere solo più avanti : “Per quello io sono stata molto fortunata, e questa cosa iniziava a pesarmi solo intorno all’adolescenza”.

Il cervello a due velocità nello studio accademico è rappresentato da una altalena con appoggiati dei libri

Il periodo universitario

Nel podcast, il racconto si sposta poi sul percorso di studi e sulle scelte fatte dopo il liceo, mettendo in luce il ruolo dell’esperienza pratica nel chiarire interessi e limiti personali.

Al liceo ho fatto lo scientifico“, racconta Diario di una plusdotata. “Pensavo avrei fatto biologia o veterinaria, poi ho realizzato che sono ipocondriaca e che mi faceva molto schifo. Ho fatto venti giorni da un veterinario nell’alternanza scuola lavoro e arriva un cane malato e io così…“.

Quell’esperienza segna un punto di svolta: “Quindi ho deciso di prendere un anno sabbatico e poi ho studiato comunicazione, sociologia e marketing perché almeno studio qualcosa che mi diverte. Sono appassionata di cinema, di letteratura, di teatro, di musica“.

Nel racconto emerge anche il contesto storico in cui si inserisce questa scelta. “All’inizio ho fatto comunicazione e spettacolo e poi social media. Sui social si parla del 2012-2013, quindi quando ancora alcuni social erano un pochino più all’inizio, e poi mi sono verticalizzata invece sulla parte più sociologica marketing“.

Nel dialogo, viene sottolineata l’importanza dell’esperienza diretta come strumento di orientamento. 

È proprio il contatto concreto con la realtà professionale a rendere più chiari i confini tra ciò che affascina sulla carta e ciò che è sostenibile nella pratica.

Per me fu rivelatorio“, racconta. “Mi resi conto che non era il mio, avevo l’ansia, tornavo a casa e mi lavavo mille volte perché magari mi è rimasto qualcosa addosso. Mi resi conto che io ero un pochino più perfettina, che schifo, e quindi forse il medico o il veterinario non è il mio. Faccio altro, studio, rimango sui libri, sto alla scrivania, va bene lo stesso“.

Conoscere i propri punti di forza e di debolezza

Nel podcast, il racconto prosegue soffermandosi sul processo di conoscenza di sé, sui confini tra passioni, inclinazioni e limiti che emergono quando l’interesse teorico incontra la pratica.

Per esempio io sono sempre stata super appassionata di genetica“, racconta “Perché io sono nella mia famiglia un po’ un’eccezione. I miei sono tutti scuri di capelli, scuri di pelle, prendono subito il sole, mia mamma ha la pelle molto olivastra, mio babbo e mia sorella uguale. Io invece sono nata con le lentiggini, chiarissima, con i capelli arancioni“.

Questa sensazione di essere diversa, anche all’interno del nucleo familiare, ha alimentato a lungo la curiosità verso la genetica e il funzionamento biologico: “Poi tutti in famiglia sono belli alti, slanciati. Io sono nata un metro e cinquanta. Quindi questa cosa strana, di essere un po’ una cosa unica, in questo piccolo clan di quattro persone, mi ha sempre affascinata“.

Nel racconto emerge però, ancora una volta, la distanza tra l’interesse concettuale e l’esperienza concreta: 

Quando ho potuto studiare la genetica, quella parte mi sarebbe interessato approfondirla. Però mi ricordo che quando facevo le prime provette in seconda, terza superiore, mi mettevo al microscopio a vedere le cellule e mi metteva disgusto“.

È in questi passaggi che prende forma una consapevolezza più nitida dei propri limiti: “Quindi dissi: vabbè, su carta bellissimo, tutto stupendo, però nel pratico mi sa che non è il mio“.

Il racconto restituisce così uno dei nodi centrali del percorso: riconoscere ciò che affascina a livello intellettuale non significa necessariamente doverlo trasformare in una scelta professionale. 

Per Diario di una plusdotata, imparare a distinguere tra punti di forza, passioni e sostenibilità emotiva è stato un passaggio fondamentale.

Cellule al microscopio per spiegare come il cervello a due velocità nella plusdotazione

Il cervello a due velocità, lo sviluppo asincrono

Nel podcast, il racconto entra nel vivo del funzionamento cognitivo, toccando uno degli aspetti più complessi e ricorrenti dell’esperienza di Diario di una plusdotata: la sensazione di muoversi costantemente tra velocità diverse.

“Secondo me c’è sempre questa ambivalenza dove un po’ ti senti molto avanti”, racconta. “Questa cosa che tutti reputano difficilissima, l’ho capita velocissima, poi ti danno il compito più stupido e non lo capisci. E sei lì che pensi: in realtà sono stupida”.

Emerge una sensazione di disallineamento continuo. “Restituisco la valutazione e vado in un angolo a piangere perché non so cosa fare. Perché c’è sempre un po’ questa sensazione di essere contemporaneamente molto veloce e molto lenta. Non ho mai capito come si sposano queste due sensazioni nello stesso tempo”.

Da una parte, la percezione di un pensiero rapido, capace di arrivare subito al risultato. Dall’altra, la difficoltà nei passaggi intermedi, soprattutto quando viene richiesto di seguire un procedimento standardizzato.

“Quando mi chiedevano di fare un’equazione, una divisione, io vedevo il risultato. Poi mi dicevano: bene, adesso metti in colonna. Il panico. Il panico più completo”, continua nell’intervista “Mi perdevo nelle scemenze”.

Questa distanza tra risultato e processo ha avuto un impatto anche nella valutazione scolastica: “Io prendevo voti un pochino più bassi perché magari mi dimenticavo di mettere la dimensione, che era metro, che era centilitro. Perché tanto si parlava di questo. Ti serve il risultato, no?”.

Nel racconto, l’esempio della matematica diventa emblematico

Ero molto veloce a dare risultati e poi a non saperti spiegare perché fa così. Quando poi magari lo spiegavo, la persona davanti a me mi guardava tipo: ma che stai dicendo?“.

Il modo in cui arriva alla soluzione segue percorsi diversi da quelli insegnati: “Io so che 12 per 12 fa 144 perché la mia testa suddivide il numero. So che 12 per 10 fa 120, so che 12 per 2 fa 24, quindi 12 per 12 è 120 più 24. Ma questo non è come si faceva in classe“.

Nel dialogo emerge una frustrazione ricorrente: “Per me erano tutti passaggi inutili. Se la soluzione è giusta, come facevo a capire che non avevo capito quel passaggio?“.

Il racconto restituisce così la fatica di dover tradurre un funzionamento intuitivo in un linguaggio condiviso. “Tu arrivi in fondo, hai il risultato in mano, poi ti chiedono di ripercorrere come ci sei arrivata. Lo fai, ma lo fai dai tuoi occhi. E quegli occhi non sono gli stessi“.

Questa difficoltà non riguarda solo la scuola. “Nel lavoro io questa cosa me la trovo davanti ancora oggi“, racconta, sottolineando come il divario tra pensiero intuitivo e richieste operative continui a essere una fonte di frustrazione anche nella vita adulta.

La sensibilità sensoriale e il fattore isolamento

Nel podcast, il racconto prosegue toccando un altro aspetto centrale dell’esperienza di Diario di una plusdotata: la sensibilità sensoriale e il modo in cui, fin da piccola, ha imparato a contenerla o a nasconderla.

Una sequenza di cose che io ho realizzato della mia storia personale è che a volte, quando ero piccina, limitavo alcune cose di me“, racconta. Un esempio che ritorna con chiarezza è legato al cibo: “Lo yogurt alla banana: il sapore a me piace, ma c’è una consistenza che io non ce la faccio, mi disturba il pensiero“.

Nel racconto emerge una distinzione molto netta tra stimoli diversi. Per me un conto è la parte tattile, quello che sento sulla lingua, un conto è il gusto. Sono due sensi differenti“. 

Una distinzione che, però, non trovava riconoscimento all’esterno: “Avevo fatto questo commento e mi era stato risposto: che cosa strana, o ti piace o non ti piace“. 

Senza una cornice che aiutasse a comprendere questa complessità, quella sensibilità è diventata qualcosa da tenere per sé.

Nel racconto, questa dinamica si ripete anche in altri contesti. Piccole osservazioni, reazioni emotive intense, modi diversi di sentire venivano percepiti come strani o fuori luogo:Sono questi piccoli mattoncini che hanno poi creato, a un certo punto, il chiudermi“.

Queste cose non venivano capite, non trovavo nessuno che le vivesse come me, quindi non le ho più raccontate“. 

Da qui, il senso di distanza e solitudine che si è fatto più presente con il tempo. Il racconto restituisce così una delle caratteristiche spesso associate alla plusdotazione: una sensibilità elevata che, se non riconosciuta, può trasformarsi in un fattore di isolamento invece che di comprensione di sé.

Un racconto in prima persona sulla plusdotazione: infanzia, scuola, università, lavoro, sensibilità sensoriale e relazioni. Una storia vissuta dall’interno.

La pludotazione nella comunicazione e nelle relazioni

Nel podcast, il racconto si sposta poi sul tema delle relazioni e sulle difficoltà che possono emergere nella comunicazione quotidiana quando il modo di pensare e di interpretare le situazioni non è condiviso da chi sta dall’altra parte.

Nel rapporto con il partner, spiega Diario di una plusdotata, diventa spesso necessario fermarsi e tradurre. “Con mio marito ogni tanto dobbiamo fare un po’ il momento in cui traduciamo l’uno per l’altra: guarda, io questa cosa la vivo così. No, io questa cosa la vivo in quest’altro modo“. 

La differenza non riguarda solo il punto di vista, ma il numero di passaggi dati per scontati e la velocità con cui si arriva alle conclusioni.

Nel racconto emerge come questa dinamica non sia legata solo alla sfera affettiva, ma si presenti anche nei contesti lavorativi. 

Noi nella nostra testa quella cosa è normale“, racconta, mentre per l’altro non lo è affatto. In alcune situazioni, ciò che per lei rientra in una categoria logica evidente richiede invece una spiegazione dettagliata per chi non condivide lo stesso tipo di funzionamento.

Le richieste di spiegazioni (ancora, ancora, ancora)

Un episodio in particolare restituisce bene questa distanza. Al lavoro, dopo aver inserito un’informazione all’interno di una macro categoria, si è sentita chiedere il motivo di quella scelta: “Perché aveva quella caratteristica e per me era in quella categoria“. 

La richiesta di spiegazione, però, arriva accompagnata da una frase che la colpisce profondamente: “Noi che non siamo tutti intelligenti come te ce le devi spiegare le cose“.

Nel racconto, questo passaggio segna una frattura emotiva importante:Io ci rimasi malissimo“, spiega, perché per lei quella connessione era ovvia e non aveva nemmeno percepito la necessità di esplicitarla. Tornata a casa, il senso di frustrazione prende il sopravvento: il problema non è l’errore, ma la distanza tra linguaggi diversi che non si incontrano.

Il tema ritorna più volte nella conversazione: il rischio di chiudersi, di rinunciare a spiegare, di costruire una sorta di fortezza per proteggersi dalla fatica del continuo adattamento:  “Perché non l’hai chiesta? Bastava domandarla. Perché non l’hai spiegata? Bastava spiegarla“. 

Domande che arrivano dopo, quando il disallineamento è già avvenuto.

Nel racconto emerge una consapevolezza progressiva: ciò che è logico per chi vive un certo tipo di funzionamento non è necessariamente evidente per tutti. 

Riconoscerlo diventa un passaggio fondamentale per stare in relazione, ma anche uno dei più faticosi, perché richiede di rallentare, tradurre e rinunciare all’idea che esista un solo modo corretto di pensare e comunicare.

Comprendersi per entrare in relazione

Nel podcast, il racconto si avvia verso la conclusione soffermandosi su un passaggio chiave: il ruolo della comprensione di sé nel rendere possibile la relazione con gli altri.

Quando il proprio funzionamento resta poco chiaro, diventa difficile fare quel passaggio mentale che permette di riconoscere che ciò che appare ovvio per sé non lo è necessariamente per chi sta dall’altra parte. 

Senza questo passaggio, il rischio è quello di accumulare incomprensioni, frustrazione e senso di distanza.

Nel racconto di Diario di una plusdotata, questa difficoltà emerge con forza. La domanda che ritorna più volte è sempre la stessa: perché qualcosa che per lei è evidente non lo è per tutti? “Nella mia testa è logico” e proprio per questo non nasce il dubbio che sia necessario spiegare, approfondire, tradurre.

È qui che entra in gioco l’importanza della valutazione e del lavoro su di sé. Dare un nome al proprio funzionamento, comprenderne le caratteristiche e i limiti, permette di costruire un ponte tra il proprio modo di pensare e quello degli altri. Non per adattarsi forzatamente, ma per rendere possibile l’incontro.

Il racconto si chiude così su una consapevolezza che attraversa tutta l’intervista: la plusdotazione non riguarda solo le capacità cognitive, ma il modo in cui si entra in relazione con il mondo. 

Comprendersi diventa il primo passo per smettere di sentirsi fuori posto e iniziare a comunicare in modo più autentico, senza rinunciare a sé.

Vuoi approfondire il tuo funzionamento?

Riconoscersi in questi racconti può aprire domande importanti sul proprio modo di pensare, sentire e stare in relazione.

Una valutazione di plusdotazione permette di dare un nome al proprio funzionamento cognitivo, comprenderne le caratteristiche e leggere con maggiore chiarezza esperienze passate e presenti.

Se senti il bisogno di fare questo passo, è possibile intraprendere un percorso di valutazione strutturato e rispettoso della persona, pensato per adulti e giovani adulti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto