La plusdotazione è un’etichetta?

La plusdotazione è un'etichetta?

La plusdotazione è un’etichetta? Oppure può diventare una cornice utile per comprendere meglio il modo in cui una persona pensa, sente, impara e si muove?

È una domanda importante, perché quando parliamo di plusdotazione il rischio è sempre quello di fermarci alla parola. “Etichetta” fa pensare a qualcosa che chiude, che separa, che definisce una persona in modo rigido. Ma una parola può non servire a ridurre una persona a una definizione, bensì ad aiutarci a leggerla meglio.

Nell’intervista del podcast Neuronauti: viaggio nella plusdotazione, Marco porta proprio questo tipo di sguardo. Il suo punto di vista è prezioso perché tiene insieme più livelli: è un adulto plusdotato, ma è anche papà di un bambino e di una bambina gifted. E quindi quando parla di etichette, scuola, difficoltà, strumenti e possibilità, non lo fa in astratto. Lo fa a partire da un’ esperienza vissuta.

Dare un nome non significa chiudere

Quando chiedo a Marco perché, secondo lui, la plusdotazione a scuola venga spesso vista come un’etichetta, lui risponde con una frase molto semplice e molto forte: “Se fosse una cosa normale non ci sarebbe bisogno di metterci un’etichetta”.

In questa osservazione c’è già un punto centrale. Dentro una classe dovrebbe essere normale trovare bambini diversi tra loro.

C’è chi apprende più velocemente, chi ha bisogno di più tempo, chi è fortissimo in un ambito e più fragile in un altro, chi collega in fretta, chi ha un’immaginazione molto ampia, chi vive tutto con una intensità particolare. In pratica, però, alcune differenze vengono riconosciute più facilmente e altre molto meno.

Per questo, a volte, una parola serve. Non per mettere una persona dentro una categoria rigida, ma per costruire una cornice di riferimento. Parlare di plusdotazione, di alto potenziale o di giftedness non significa dire che una persona vale di più. Significa provare a riconoscere un funzionamento. Un modo di apprendere, di percepire, di ragionare, di reagire, che può avere risorse molto evidenti ma anche fatiche altrettanto importanti.

Per questo la cornice non serve a semplificare tutto, ma a evitare che segnali importanti vengano letti come capricci, opposizione, pigrizia o eccesso emotivo. E quando questa lettura manca, la fatica può crescere in silenzio: il bambino fa più fatica a capirsi e gli adulti rischiano di non avere strumenti sufficienti per orientarsi.

Il problema non è la differenza, ma il fatto che non si veda

Marco usa una metafora molto efficace per spiegare questo punto. Dice: “È come se in atletica a uno che è bravo a correre dici no, vai più piano perché gli altri se no non ti stanno dietro”.

Questa immagine rende subito visibile un paradosso. Se un bambino corre molto veloce, quella caratteristica viene notata, riconosciuta, allenata. Nessuno pensa che per equità debba rallentare. Nessuno si scandalizza se un velocista fa un allenamento diverso da un maratoneta. È evidente che caratteristiche diverse chiedano percorsi diversi.

Con il funzionamento cognitivo, invece, tutto è meno immediato. Non si vede con la stessa evidenza. E allora può accadere che il bambino plusdotato non venga riconosciuto. Oppure che venga letto come disattento, polemico, troppo sensibile, dispersivo, perfino problematico.

Marco lo dice chiaramente: “Il primo passo secondo me è comprendere. Poi dopo c’è il secondo passo che è strutturare qualcosa”. Prima di decidere che cosa fare, serve capire chi abbiamo davanti. Senza questo primo movimento, anche gli interventi più ben intenzionati rischiano di essere deboli o fuori fuoco.

Personalizzare non vuol dire privilegiare

Quando si parla di plusdotazione a scuola, uno dei fraintendimenti più frequenti riguarda la personalizzazione. C’è ancora l’idea che differenziare significhi favorire qualcuno. Come se proporre un percorso più adatto a un certo funzionamento fosse un’ingiustizia verso gli altri.

In realtà personalizzare non vuol dire privilegiare. Vuol dire riconoscere che non tutti apprendono nello stesso modo, con gli stessi tempi, con gli stessi bisogni. Vuol dire costruire contesti in cui ciascuno possa lavorare in modo sensato.

Marco osserva che “il maratoneta fa un allenamento, il velocista ne fa un altro”. A scuola dovrebbe accadere qualcosa di simile. Uno studente plusdotato non ha necessariamente bisogno di più quantità. Spesso ha bisogno di più profondità, più collegamenti, più possibilità di ricerca, più spazio per pensare davvero.

Questo non serve solo al singolo bambino. Serve al gruppo, alla scuola, alla società. Marco lo dice in modo molto netto quando parla di un potenziale che resta nascosto e non viene usato. E in effetti il punto è anche questo: ciò che non viene visto non viene neppure coltivato.

Starter di corsa pronto a dare il via, a simboleggiare la plusdotazione senza etichetta e l'importanza di un allenamento personalizzato per ogni sport

Quando il contesto permette di provare

Nell’intervista emerge anche un’esperienza scolastica positiva. A volte si apre una finestra reale di lavoro, e quando accade si vede subito la differenza.

Marco racconta di avere incontrato una situazione favorevole: un dirigente disponibile, un’insegnante preparata, una scuola pronta a sperimentare. È una combinazione rara, ma quando si crea permette di fare esperienza concreta.

In quel contesto suo figlio ha potuto persino tenere una lezione ai bambini più piccoli. Per cui quando un contesto osserva, riconosce e prova, possono emergere risorse che in una didattica più rigida resterebbero ferme.

Marco racconta che i bambini erano entusiasti e chiedevano: “Quando torna il maestro William?”. Dentro questa scena c’è qualcosa di molto chiaro. Se messi nel contesto giusto, questi bambini possono esprimere capacità reali, utili anche agli altri.

Non si impara solo un contenuto, si impara un metodo

Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda il modo in cui Marco accompagna il figlio nello studio. Gli dice: “Non stai imparando le regioni, stai imparando a strutturare i pensieri”.

Questa frase sposta il baricentro in modo molto preciso. Studiare non significa solo accumulare informazioni. Significa anche imparare a organizzarle, a collegarle, a reggere la fatica, a costruire un metodo. E questo vale ancora di più per molti bambini gifted, che a volte capiscono molto in fretta ma rischiano di arrivare più tardi alla costruzione di strumenti espliciti di studio.

Dentro questo lavoro c’è anche il tema dell’errore. Marco insiste molto su questo e dice al figlio: “Puoi sbagliare. Non succede niente se sbagli”. Per un bambino plusdotato, però, l’errore può toccare il perfezionismo, l’immagine di sé, il bisogno di riuscire subito.

Anche per questo accompagnare il potenziale non significa solo nutrirlo. Significa aiutare il bambino a non esserne schiacciato.

Copertina del libro Gifted Sparks di Marco Bramato, una guida per comprendere la plusdotazione senza etichetta e valorizzare il talento.

Capirsi attraverso i figli

Nel racconto di Marco, la plusdotazione non riguarda solo il figlio. A un certo punto diventa anche una lente per rileggere se stesso. Racconta infatti che, mentre cercava di comprendere ciò che stava accadendo al bambino, “il caos si è sbrogliato per lui, ma a specchio ha sbrogliato anche i miei nodi”.

È una frase molto potente. Perché descrive bene quello che accade a molti adulti: il percorso di riconoscimento dei figli riapre pezzi della propria storia, porta nuove domande, rimette ordine dove prima c’era solo confusione.

Questo è anche un passaggio importante nella costruzione dell’identità gifted: non aggiungere un’etichetta nuova, ma rileggere alcune parti della propria storia con più strumenti.

Allora la plusdotazione è un’etichetta? Può esserlo, se viene usata per separare o irrigidire. Ma può anche essere una cornice utile, se aiuta a vedere meglio. E forse è proprio questo il punto: una parola è davvero preziosa quando non chiude la complessità, ma la rende finalmente più leggibile.

Riconoscere prima cambia il modo di attraversare le difficoltà

Marco, parlando dei suoi figli, usa un’immagine molto efficace: uno è caduto, l’altra sta inciampando.

La differenza è enorme.

Quando alcuni segnali vengono colti tardi, a volte il bambino arriva già dentro una sofferenza più strutturata. Quando invece il contesto familiare ha già incontrato certe domande, certi strumenti, certe parole, può accorgersi prima di quello che sta succedendo.

Questo non elimina la fatica. Non rende il percorso lineare. Non protegge da tutto.

Ma cambia il punto in cui si interviene.

Una difficoltà letta in tempo può restare un inciampo. Può diventare qualcosa che si osserva, si nomina, si accompagna. E questa, per un bambino, per una bambina, per una famiglia, è una differenza enorme.

Allora la plusdotazione è un’etichetta?

La risposta, forse, è che dipende da come usiamo le parole.

La plusdotazione può diventare un’etichetta quando serve a separare, a irrigidire, a definire una persona una volta per tutte. Ma può diventare una cornice preziosa quando aiuta a vedere meglio. Quando rende più leggibili alcune intensità, alcune fatiche, alcuni bisogni. Quando apre domande invece di chiuderle.

Il libro Gifted Sparks di Marco Bramato appoggiato su un piano, testo di riferimento su plusdotazione etichetta e alto potenziale cognitivo.

La testimonianza di Marco va proprio in questa direzione. Dare un nome non ha ristretto lo sguardo sulla sua famiglia. Lo ha ampliato. Ha aiutato a comprendere meglio il figlio, a sostenere prima la figlia e a rileggere in modo nuovo anche alcuni passaggi della propria storia adulta.

Ed è forse questo il punto più importante: una buona parola non riduce la complessità. La rende più abitabile. Se vuoi ascoltare l’intervista completa a Marco, puoi cercare la puntata nel podcast Neuronauti: viaggio nella plusdotazione.

E se vuoi continuare a guardare la plusdotazione attraverso il suo sguardo, puoi trovare anche il libro di Marco: un racconto pensato per aiutare bambini, bambine e adulti a dare parole a certe esperienze, senza trasformarle in etichette rigide.

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