Quando si scopre che un figlio o una figlia ha un funzionamento gifted, uno dei primi desideri è nutrirlo nel modo giusto. Si cercano libri, materiali, kit di esperimenti, laboratori pensati apposta. Capita spesso, però, che proprio la proposta scelta con più cura venga lasciata a metà dopo pochi minuti, mentre il bambino si mette a fare tutt’altro: costruisce qualcosa con la scatola vuota, cambia le regole, trasforma l’attività in un gioco che nessuno aveva previsto.
Cosa è successo? Ho scelto la proposta sbagliata? Oppure semplicemente non gli interessava?
È una situazione che molti genitori riconosceranno, e che molti insegnanti hanno visto in classe in forme diverse. Vale la pena guardarla con un po’ più di attenzione, perché dentro c’è molto più di un’attività lasciata a metà.
In questo articolo vorrei parlarti di creatività e plusdotazione partendo proprio da qui: da dove si manifesta davvero la creatività di un bambino o di una bambina gifted, da cosa la nutre e da cosa, a volte senza che ce ne accorgiamo, le toglie spazio. A casa e a scuola.
Dove si nasconde la creatività di un bambino gifted
Quando pensiamo alla creatività, l’immagine che arriva per prima è fatta di fogli, colori, colla, magari uno strumento musicale. Tutte cose preziose. Se però ci fermiamo lì, rischiamo di non vedere gran parte di quello che succede.
Nei bambini e nelle bambine gifted la creatività prende spesso strade che non assomigliano affatto a un’attività creativa. C’è il bambino che apre la vecchia torcia di casa per vedere cosa c’è dentro, e la richiude con un pezzo in più o in meno. La bambina che arriva al risultato di un calcolo per una via tutta sua, arrotondando, togliendo, ricomponendo, e poi si blocca quando le chiedono di mostrare il procedimento “come l’abbiamo fatto in classe”. C’è chi, mentre una spiegazione viene ripetuta per la terza volta, riempie il margine del quaderno con la mappa di una città inventata, con strade, quartieri e nomi. C’è chi racconta storie in cui alla fine vince il drago, e lascia l’adulto un po’ spiazzato.
Da fuori alcune di queste cose possono sembrare disordine, distrazione, perfino disobbedienza. Da dentro, molto spesso, sono il modo in cui quel pensiero si muove.
Uno dei tratti più ricorrenti in molti bambini gifted è il pensiero divergente: la tendenza a cercare soluzioni alternative, a collegare cose lontane tra loro, a non accontentarsi della prima strada. È una risorsa preziosa, ed è anche ciò che può far apparire un bambino “fuori schema” nei contesti più rigidi. La stessa caratteristica, insomma, può essere letta come creatività o come problema, a seconda di dove e da chi viene guardata.
Attenzione però a non fare il passaggio opposto. Dire che la creatività può essere una delle forme in cui si esprime un funzionamento gifted non significa che ogni bambino o bambina gifted debba essere creativo, né che debba esserlo nel modo che noi adulti ci aspettiamo. La plusdotazione è un ventaglio: ci sono ambiti in cui un funzionamento si accende e altri in cui resta più nella media, e non esiste un modello unico. Anche questo toglie un peso. La creatività non diventa un’altra prestazione da dimostrare: resta uno dei modi in cui un funzionamento può prendere forma, quando trova spazio. Per qualcuno passa dalle mani, per qualcun altro dalle parole, dai numeri, dalle domande, dalle emozioni e dall’immaginazione.
Quando la proposta contiene già il risultato
Se la creatività gifted vive spesso in queste forme impreviste, diventa più facile capire cosa le toglie spazio. E di solito non si tratta di una cosa sola, ma di tante piccole richieste che, sommate, lasciano pochissimo margine.
Pensiamo a una richiesta come “disegna un albero“, o a un lavoretto il cui risultato finale è già fotografato sulla confezione. Pensiamo a un esercizio in cui conta solo il procedimento previsto, anche quando il bambino è arrivato alla soluzione corretta per un’altra strada. Oppure al tempo: “hai dieci minuti”, detto a una bambina che senza orologio risponderebbe in un attimo e che invece, con il conto alla rovescia, comincia a dubitare di tutto e si ferma.
In tutti questi casi la proposta contiene già la risposta, e al bambino resta solo da eseguire. Per un pensiero che ha bisogno di esplorare, di scegliere, di costruirsi una strategia, eseguire e basta è uno spazio molto stretto.
A questo si aggiunge un elemento che chi vive accanto a bambini e bambine gifted conosce bene: il perfezionismo. Spesso c’è una specie di metro interno sempre acceso, che confronta l’idea che si aveva in testa con quello che sta venendo fuori. Basta un tratto storto per accartocciare il foglio, una costruzione che crolla per non volerci più provare. Se poi intorno c’è l’aspettativa, detta o non detta, che un bambino così debba riuscire sempre e al primo colpo, la creatività smette di essere un gioco e diventa un’altra occasione per essere giudicati. Quando sbagliare sembra voler dire perdere valore, tentare strade nuove diventa rischioso. E allora si sceglie quella sicura, o non se ne sceglie nessuna.
Per questo un rifiuto, un blocco, un “non mi va” davanti a un’attività creativa non andrebbero letti subito come mancanza di interesse. A volte ci stanno dicendo qualcosa sulla forma della proposta, sul contesto, sul peso che quel bambino sente addosso. È un tema che si lega molto al valore dell’errore, di cui ho parlato a proposito dei giochi da tavolo.

Anche le buone intenzioni occupano spazio
C’è poi una forma di sovra-struttura più sottile, ed è quella che nasce dal desiderio di fare bene: dare a quel bambino o a quella bambina ogni possibilità di approfondire, lasciandolo libero di spaziare su svariati campi.
Così, un po’ alla volta, la settimana si riempie: il corso di robotica, gli scacchi, l’inglese il venerdì, il museo la domenica. Spesso sono i bambini e le bambine a chiederlo per primi: vogliono sapere, vogliono provare, vogliono andare più a fondo. E le famiglie, che si sentono dire fin troppo spesso di “stimolarli troppo”, fanno del loro meglio per stare dietro a una curiosità che sembra non finire mai.
Non c’è niente di sbagliato in tutto questo. Il punto è che quando ogni momento della settimana ha già una forma, un obiettivo, un’attività prevista, rimane poco posto per ciò che non era previsto. E la creatività ha bisogno anche di quello.
A scuola succede qualcosa di simile, con altre forme. Il bambino finisce in pochi minuti e riceve un’altra scheda, identica alla precedente. Il tempo viene riempito, ma non abitato. Chi insegna, del resto, si muove dentro programmi, tempi e classi numerose, e non sempre ha gli strumenti per fare diversamente.
Insomma, la sovra-struttura nasce raramente dalla rigidità. Molto più spesso nasce dalla cura, o dalla fatica di contesti che chiedono di “dare di più”. Riconoscerlo può aiutare a guardare con occhi nuovi la propria agenda, la propria lezione, il proprio modo di proporre, senza bisogno di sentirsi in colpa.
Allora basta lasciarli liberi?
A questo punto la soluzione potrebbe sembrare semplice: togliere, liberare, lasciar fare. Chi ha provato a dire a un bambino gifted “fai quello che vuoi” sa che le cose sono più complicate.
Davanti a uno spazio completamente aperto alcuni bambini si accendono, altri si bloccano. Il foglio resta bianco per venti minuti, e il motivo non è la mancanza di idee: è che arrivano tutte insieme. È il pensiero arborescente. Da un’idea ne nascono dieci, da ognuna altre dieci, e scegliere da quale ramo partire diventa la parte più difficile. “Scrivi una storia” può paralizzare. “Scrivi una storia che comincia con un ombrello dimenticato su un treno” può aprire un mondo.
La domanda quindi, diventa quale struttura offrire. Ce n’è una che chiude, perché stabilisce già dove arrivare e come. E ce n’è una che apre, perché dà un punto di partenza e una cornice chiara, e poi lascia libero il percorso.
Se c’è un’esperienza che mi aiuta a spiegare questa differenza, è il gioco da tavolo. Le regole sono precise, uguali per tutti, accettate da tutti. Eppure, dentro quelle regole, ogni giocatore è libero di inventare la propria strategia, di tentare, di sbagliare una mossa e riprovare alla partita successiva. Qui la cornice è proprio ciò che rende possibile la libertà. Ne parlo più a fondo in questo articolo sui giochi da tavolo.
Anche il gioco, però, può irrigidirsi. Succede quando l’adulto lo trasforma in un esercizio, con un obiettivo educativo da raggiungere a tutti i costi. Il gioco nasce dal piacere di giocare, ed è proprio questo a renderlo così prezioso. Se si toglie la libertà di scegliere, di provare, perfino di non voler giocare, il gioco smette di funzionare.
E poi c’è il vuoto: il pomeriggio senza programmi, il tempo in cui “non c’è niente da fare”. Per molti bambini e bambine gifted è un momento faticoso, perché la noia arriva in fretta e può pesare. Eppure, è spesso lì che nasce il desiderio di inventare qualcosa. Non tutto il vuoto va riempito. Una parte va lasciata lì, a disposizione.

Lasciare margine, in concreto
Cosa vuol dire, allora, alimentare la creatività senza sovra-strutturarla? Più che un elenco di attività, mi sembra utile parlare di condizioni, perché le stesse attenzioni possono valere sul tavolo della cucina e tra i banchi.
Si può partire dal lasciare un margine di scelta dentro una cornice: un tema, un materiale, un problema di partenza, e poi la libertà di decidere come arrivarci. In classe può significare accettare un procedimento diverso da quello spiegato, purché il bambino sappia raccontarlo. A casa può significare proporre un materiale senza istruzioni e stare a vedere cosa succede.
Poi c’è lo spazio per le deviazioni. Una domanda fuori tema durante l’ora di geografia può diventare dieci minuti sui terremoti che arricchiscono tutta la classe. Una cena può allungarsi perché una bambina vuole capire come mai il pane si gonfia. Non tutte le deviazioni si possono seguire, certo. Quando si può, però, spesso vale la pena.
Conta molto anche avere un ruolo attivo davanti agli altri. Penso a una bambina a cui l’insegnante propone di preparare una breve spiegazione per i compagni su un argomento che la appassiona, o a un bambino che a casa spiega ai nonni le regole di un gioco inventato da lui. Quando un bambino si sente riconosciuto in ciò che sa costruire, anche chi sembrava più timido a volte sorprende.
Serve tempo. Alcune idee non arrivano nel momento in cui le chiediamo. Tornano giorni dopo, magari in macchina o prima di dormire, rielaborate e più ricche. Un’attività che deve chiudersi entro un’ora non sempre lascia spazio a questo ritorno.
E poi c’è il modo in cui accogliamo ciò che emerge. Davanti a una costruzione strana, a un calcolo fatto “al contrario”, a una storia che finisce male, la prima reazione può essere correggere. Prima ancora può essere molto utile chiedere: come ci sei arrivato? Cosa avevi in mente? Spesso, nella risposta, c’è un ragionamento che non avremmo immaginato.
Molte di queste attenzioni si ritrovano, in forme diverse, nelle strategie didattiche che possono essere pensate per tutta la classe. Non servono percorsi speciali. Serve uno sguardo disposto a lasciare un po’ di spazio.
Lo spazio che lasciamo racconta qualcosa anche di noi
Lasciare margine non è sempre facile, e non solo per ragioni pratiche. A volte chiede a noi adulti, genitori e insegnanti, di fare i conti con qualcosa di nostro: il bisogno di vedere un risultato, la fatica di stare davanti a un tentativo che non va come avevamo immaginato, il disagio di un pomeriggio vuoto o di una lezione che prende una strada imprevista.
Accorgersene serve perché il modo in cui stiamo con l’errore, con l’incompiuto, con il tempo che non produce subito qualcosa, i bambini e le bambine lo sentono. E chi ha un funzionamento gifted spesso lo sente con molta precisione.
Alimentare la creatività, allora, significa meno trovare l’attività perfetta e più costruire intorno a quel bambino o a quella bambina un ambiente, a casa come a scuola, in cui il suo modo di pensare possa prendere forma senza dover essere corretto subito, tradotto subito, reso subito presentabile. Una cornice abbastanza chiara da non lasciarlo solo davanti a mille possibilità, e abbastanza larga da lasciargli la sua strada.
Forse la domanda da portarsi a casa, o in classe, è questa: quanto spazio sto lasciando a quello che ha già da proporre lui?
Se ti riconosci in queste fatiche e senti il bisogno di ripensare tempi, routine e proposte in modo che funzionino davvero per tuo figlio o tua figlia, puoi farlo insieme a me attraverso un sostegno genitoriale su misura.
